Itinerari escursionistico-culturali
(a cura di Mariano Izzi)
Castello di Acquaviva
Le alte cime del monte Faggeto (m. 1250) a Campodimele e del picco delle Fate (m. 1190), tra Monte S. Biagio e Sonnino, sovrastano e comprendano quella striscia di territorio montuoso, larga circa due chilometri, che un tempo divideva il Regno delle due Sicilie dallo Stato Pontificio, e che era stata chiamata, per il suo carattere di neutralità, "Terra di nessuno".
Oggi, a ragion veduta, la potremmo definire la "Terra dei briganti", per quanti ve ne passarono in più di due secoli, fino al 1870. Gli antichi tratturi battuti dal bestiame, in questa parte degli Ausoni, erano stati anch'essi palcoscenico di quella grande tragedia della storia della montagna e del meridione nota col titolo di "Brigantaggio".
I sentieri rimasti sembrano ancora raccontare, ad ascoltarli bene, la paura, la rabbia e la sofferenza dei briganti, dei loro inseguitori e delle vittime. Tutto resta ancora vivo grazie ai numerosi racconti dei saccheggi, delle vendette, degli affidamenti e dei tradimenti, di cui ogni montanaro è custode e cantastorie.
Ma c'è un angolo di questa "Terra dei briganti" che riesce a tramandare ancor più intensamente quelle emozioni. Si chiama Acquaviva dal nome dell'omonimo castello saccheggiato e semidistrutto sul finire del XVI secolo dalla banda del famoso brigante abruzzese Marco Sciarra dopo essere stato già in parte abbandonato per ragioni economiche.
Ciò che resta di quel borgo, arroccato su una suggestiva collinetta a 617 m. s.l.m. tra i monti di Fondi e Vallecorsa, non ha ricevuto interventi tecnici di restauro, diversamente da quanto è avvenuto per il vicino "castrum" di Ambrifi in territorio di Lenola, anch'esso attaccato e semidistrutto dai briganti qualche decennio prima di Acquaviva.
Nei due impluvi alla destra e alla sinistra di Acquaviva troviamo le colonnine 48 e 49 ad indicare l'antico confine tra lo Stato Pontificio e il Regno Borbonico.
Dalla posizione delle due colonnine sI desume che quel confine passava subito a valle delle mura di cinta e lungo il versante sud-occidentale del castello. E’ facile, quindi, immaginare il disagio che quella precaria posizione geografica ha comportato durante i momenti più accesi del Brigantaggio.
Acquaviva è così descritta da Francesco Antonio Notarianni nel suo "Viaggio per l’Ausonia":
“Uno forse de’ luoghi più antichi di questa contrada è il diruto paese di Acquaviva, sopra un erto monte, al di là di S. Magno. Se ne vedono ancor molto bene le ruine, ma di niun gusto. E' probabile che fosse stato abbandonato sul finire del secolo XVI, quando un'orribile carestia, e più ancora le orde numerosissime di assassini guidati da Angelo Ferro e da Marco Sciarra desolaron questa parte del Regno. Nel 1176 v’era un barone chiamato Germano. Nella spedizione di Terra Santa, sotto Guglielmo II, ve n’era un altro chiamato Gibrando, e contribuì un uomo. Nel 1478 ancora esisteva. Dissi esser forse uno de’ più antichi luoghi, dietro il nostro Mazzocchi, perché la parola Acquaviva, come ho notato poco innanzi, nasce dalle voci ebraiche 'Maim - Haim', donde si è fatta la contrada vicina 'la Maina' e il monte 'Chiavino', col quale fa un stesso corpo”. (1)
Nel testo "La terra nostra Vallecorsa" di Arcangelo Sacchetti leggiamo:
"Vallecorsa faceva parte del Ducato (poi Contea) di Fondi e con Acquaviva, Ambrifi e Lenola avevano l’evidente funzione strategica di difendere la città dominante dagli attacchi che provenissero dalla valle del Sacco o di contrattaccare in quella direzione con rapidità e sicurezza”.
Già nel 1497 Acquaviva era disabitata, come risulta dalla donazione fatta da Ferdinando I a Prospero Colonna:"[...] La città di Fondi [...] altri castelli et lochi Acquaviva et Ambrusio inhabitati [...] (2).
Le voci che corrono, e che fanno da contraltare alla carta stampata, hanno spesso indicato il castello medioevale di Acqua¬viva anche col nome di "Vallecorsa Vecchia".
Nel coniare questo termine si è voluto evidentemente immaginare una coincidenza e una relazione fra l'abbandono di Acquaviva e la nascita di Vallecorsa, quasi fosse scontato una sorta di travaso dall'uno all'altro centro abitato e fortificato. L'immaginazione popolare viene però smentita dalle carte che gli storici locali hanno tirato fuori dagli archivi, le quali informano che Acquaviva e Vallecorsa coesistevano, stabilmente e distintamente, dal 1072. Il 5 maggio di quell'anno, infatti, Littefreda, duca di Fondi, disponeva l'alienazione in favore del monastero di Montecassino, in caso di sua morte senza figli, dei beni materni e paterni situati in Fondi, Acquaviva, Vetere, Vallecorsa, Pastena, Campodimele, Lenola e del castello di Ambrifi (3).
Un secondo documento assai più recente riguarda "Una concessione fatta nel 1447 dal Conte Onorato e conservata nell'archivio del Comune di Vallecorsa, con la quale quel feudatario permette agli abitanti di Vallecorsa di poter pascolare nel territorio di Acquaviva" (4).
PERCORSO
Per raggiungere Acquaviva, da Lenola si percorre la statale 637 che porta a Frosinone. Oltrepassata la Quercia del Monaco, si imbocca la pista carrabile che va in direzione di Vallecorsa, subito sotto la statale. Dopo aver camminato per 900 metri, sulla sinistra inizia un sentiero pedonale, lungo circa 1.270 metri, che si snoda a mezza costa, in mezzo ad un bosco ceduo di carpinella (Carpinus Orientalis Mill.), e che conduce ai ruderi di Acquaviva.
TEMPO DI PERCORRENZA
Dalla Quercia del Monaco un'ora e trenta minuti circa.
FAUNA
Volpe, lepre, e, in autunno, il transito di beccacce.
Il passaggio di cinghiali è favorito dalla presenza di una sorgente, chiamata Fontana Vecchia, situata nei pressi dei ruderi.
FLORA
Carpinella, leccio, roverella, rovi, stramma.
Il sottobosco del primo percorso: pungitopo, rovi (che nei mesi di Agosto e Settembre portano abbondanti more), felce, asparagina e funghi.
NOTE
(1) Francesco Antonio Notarianni, Viaggio per l'Ausonia - I edizione 1814, ristampa a cura dell'Associazione Culturale "Ciak Studio", Fondi, 1995, pagine 27-28.
(2) B. Amante e R. Bianchi "Memorie storiche e statuarie di Fondi in Campania" I Edizione (1903); ed. anastatica a cura della Banca Popolare di Fondi, Gaeta, 1979, pagina 140.
(3) Codex Diplomaticus Cajetanus, pars II, Montis Casini 1891, ed. anastatica 1969, pagina 115.
(2) B. Amante e R. Bianchi, op. cit. pagina 201