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Storia

Medioevo

Il termine “Medioevo” vuol significare l’età di mezzo tra l'età antica e quella moderna; con esso si indica il periodo della storia europea compreso tra il V secolo (caduta dell'impero romano d'Occidente) e il XV secolo (scoperta dell’America). Il Medioevo viene poi ulteriormente suddiviso in Alto Medioevo (V-X secolo) e Basso Medioevo (XI-XV secolo).
Con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente Lenola e le zone limitrofe caddero in disgrazia. Furono sotto il dominio dei Goti che vi stabilirono un governatore fino al 553 quando furono definitivamente sconfitti da Narsete, generale di Giustiniano. Questa vittoria significò l’annessione dell’Italia all’impero dei bizantini che anche a Fondi, nel 565, posero un duca e un giudice dipendenti dal ducato di Roma che, a sua volta, dipendeva dall’Esarca di Ravenna.
La nostra cittadina più volte assediata e saccheggiata dai Longobardi: particolarmente duri furono gli attacchi del 581, ad opera di Zottone, duca di Benevento, e quelli del 595.
Nel 727, insieme a tutto il territorio che va da Gaeta a Terracina, fu annessa al ducato di Napoli. L’imperatore bizantino Leone III volle così sottrarre questi luoghi all’obbedienza della Chiesa che faceva sicuramente sentire la sua influenza sul ducato romano.
Con la fine del dominio longobardo e l’ascesa di Carlo Magno ad imperatore del Sacro Romano impero (anno 800) cominciò a diffondersi in Italia il Feudalesimo.
Fu forse in questo periodo che a Lenola fu edificato il castello baronale. Le abitazioni che sorgevano intorno al castello furono cinte di mura che si osservano ancora oggi a dimostrare l’antico perimetro della città. Tra le mura furono inglobate varie torri, di cui ne resta integra, o quasi, una sola, inglobata nel nuovo municipio.

 

Torre Municipio Lenola

 

Torri furono costruite un po’ dovunque e anche sulle vette dei monti che circondano il paese e i ruderi di alcune sono ancora presenti. Dovevano certamente servire da vedetta per le frequenti incursioni di quel periodo.

Antiche torri di cinta

 

Da antiche testimonianze sembra che una piccola torre esisteva anche nei pressi del Santuario del Colle nel colle “Mandrone”, attuale “Parco Mondragon”. Ma questa era di origine romana, tant’è vero che la leggenda vuole che lì fosse imprigionato Ino, nipote del re Tarquino Prisco, da cui Inola avrebbe preso il nome.
Nel 846 i Saraceni, giunti dalla Tunisia e dalla Tripolitania, dopo aver distrutto Formia, assediato Gaeta, depredato le basiliche di San Pietro e San Paolo a Roma e messa a ferro e fuoco Fondi, dove fecero prigionieri molti abitanti, si spinsero fino a Lenola che saccheggiarono e dove distrussero le chiese della Santissima Annunziata e di Santa Croce.
In questo periodo Lenola faceva parte del ducato di Gaeta che dal 842 si era liberata dal dominio dei Napoletani e si era costituita in ducato autonomo. Dalla mappa tratta dal “Codex Diplomaticus Caietanus” (raccolta di antichi documenti concernenti, appunto, il ducato di Gaeta) risulta che del ducato, oltre a Fondi e Lenola, faceva parte anche Ambrifi.
L’annessione a Gaeta si protrasse probabilmente fino al 935 quando i duchi Docibile II e Giovanni II effettuarono la divisione del ducato gaetano: a Giovanni toccò il governo di Gaeta mentre a Marino I, figlio di Docibile, quello di Fondi con Lenola e Ambrifi. Ma nel 978 i due feudi furono di nuovo riuniti sotto il ducato di Gaeta per esserne poi nuovamente separate nel 982.
Nel 1072 i duchi di Fondi erano tre: Leone, Gerardo e Littefrida.
Proprio a quest’anno risalgono le le prime e sicure notizie di Lenola e di Ambrifi nel “Codex Diplomaticus Caietanus”. Littefrida offre, in mancanza di prole, al monastero di Montecassino la porzione di sua proprietà del ducato, cioè la terza parte, se non avesse avuto figli. Nella donazione figurano, tra l’altro, “il Castello di Acquaviva, ….di Ambrise ….e dello stesso Castello che si chiama YnoIa“.
Il duca si impegnava a donare all’abbazia anche le chiese e i monasteri che si trovavano nei luoghi suddetti. In quel periodo a Lenola erano presenti anche tre monasteri benedettini: Sant’Elia in Ambrifi, San Martino “in Ynula” (che compaiono anche, rispettivamente, sui pannelli n. 21 e 22 della porta bronzea medievale di Montecassino) e San Martino “in Tirille” o “de Ambrifio”.
Il Monastero di Montecassino, in realtà, non divenne mai padrone di Fondi e dei luoghi nominati nella pergamena; probabilmente Littefrida, prima di morire, ebbe dei figli.
Nel 1138 Lenola, con Ambrifi e Acquaviva, passò sotto il dominio dei Normanni che si erano impossessati del feudo di Fondi che, costituito in Contea, fu affidato alla famiglia dei Dell’Aquila.
Verso la fine del periodo ducale erano intanto comparse anche nel territorio fondano quelle caratteristiche forme di governo che nell’Italia settentrionale operavano, per effetto della disgregazione dell’istituzione feudale, già nei primi anni del XI secolo: i Comuni.
L’organizzazione politica che si diedero i Comuni prevedeva l’elezione di rappresentanti in un consiglio della città e l’approvazione di statuti che ne regolavano la vita sociale e politica. I Comuni ereditarono a poco a poco una parte delle prerogative regie e imperiali, come il diritto di emanare leggi, di riscuotere imposte, di organizzare eserciti, di aprire mercati, di coniare moneta. In virtù di ciò il comune assunse la denominazione di “Universitas”, termine che designava la collettività di tutti i cittadini insigniti dei pieni poteri che affidavano ai loro rappresentanti.
Nel 1172 il vescovo di Fondi Giovanni ricorse al papa Alessandro III per porre fine alla contesa che si trascinava ormai da diversi anni tra l’abate Domenico di Montecassino e la diocesi fondana circa il diritto di giurisdizione sulle chiese, di questa pertinenti, di San Magno in Fondi, Sant’Onofrio in Campodimele, Sant’Elia in Ambrifi, San Martino in Lenola e San Martino in Tirille. In precedenza, nel 1123, il IX Concilio Ecumenico Lateranense si era pronunziato a favore di Montecassino. La questione fu risolta in questi termini: alla diocesi di Fondi fu ceduta la chiesa di San Martino in Lenola mentre gli altri luoghi rimasero a Montecassino.
Nel 1176 il feudo di Ambrifi era tenuto dal barone Gualtieri di Reale e successivamente da Andrea di Pofi, vassallo del conte di Fondi Riccardo II. Andrea fornì sei uomini per la III Crociata in Terrasanta, indetta da papa Clemente III nel 1187.
Riccardo III dell’Aquila, prima della sua morte, avvenuta tra il 1214 e il 1215, nominò la Chiesa erede di tutti i beni del territorio di Fondi a cui si aggiunsero anche, tra le altre, la “baronia castri Ambrisae”, tenuta da Filippo de Sonzino, e la “baronia castri Aquavivae” tenuta da Matteo de Argento. La donazione fu confermata da re Federico II nell’aprile del 1212. Ma Ruggero, figlio di Riccardo III, non si sa per quali servigi resi, riebbe il suo feudo da papa Onorio III, succeduto a Innocenzo III nel 1216. Per questo motivo il conte fondano fu dalla parte del pontefice nelle successive lotte tra questo e Federico II, che cercava di rafforzare la posizione imperiale in Italia minacciando in tal modo le terre della Chiesa.
Lenola fu coinvolta in queste lotte; nel 1229 fu occupata dall’esercito pontificio che l’anno successivo sconfisse solennemente gli imperiali a San Germano, nei pressi di Cassino. Solo allora il re si riconciliò col pontefice Gregorio IX, succeduto ad Onorio III nel 1227.
Con il matrimonio contratto tra Giovanna, ultimo erede della casa dell’Aquila, e Roffredo III Cajetani, nel 1299, la contea di Fondi tornò alla famiglia Cajetani che divenne padrona di un vasto dominio che si estendeva da Terracina al Garigliano.
Nel 1300 Riccardo III concesse la compilazione del primo statuto nella storia di Fondi. Con la venuta degli Angioini sul regno di Napoli (1266), infatti, si era tornati al consiglio cittadino: l’amministrazione della città era passata dagli ufficiali regi agli organi elettivi. Compilate da persone qualificate, le norme statutarie dovevano garantire che la giustizia, i diritti ed i doveri dei cittadini fossero il più possibile uguali per tutti. Quelle regole ressero la cosa pubblica per oltre 150 anni allorché, non più funzionali per i mutati costumi del popolo, sotto il conte Onorato II Cajetani, furono corrette e modificate.
E’ da ascriversi pure a Roffredo III la concessione e l’approvazione degli statuti di Vallecorsa nel 1327, mentre non ci è dato di sapere, finora, se anche Lenola avesse avuto uno statuto.
Nel 1340 Lenola, insieme a Traetto (odierna Minturno), Itri e Sperlonga partecipò al trattato di pace tra Nicolò Cajetani, succeduto a Riccardo III, e Terracina, che voleva annettere al suo dominio ma dalla quale fu sconfitto. Ma questa pace non fu duratura. Le ostilità ripresero infatti l’anno dopo e si protrassero fino al 1347 quando i terracinesi, aiutati da un ingente esercito di genovesi, sbaragliarono definitivamente i Cajetani.
Non si ha notizia se la nostra cittadina fu colpita dalla tremenda peste bubbonica che, giunta dall'India, si stabilì nelle regioni mediterranee da dove si diffuse tra il 1346 e il 1353 in tutta Europa facendo circa 25 milioni di morti, tra i quali molti anche a Fondi.
Fu invece coinvolta nello scisma d’occidente che nel conclave di Fondi del 20 settembre 1378 portò all’elezione di Clemente VII dopo aver annullato quella di Urbano VI, al secolo Bartolomeo Prignano, nativo di Itri.
Allo scisma aderirono anche i rettori delle chiese di S. Elia e S. Martino de Ambrifio, poste entrambe sotto il dominio di Montecassino, per cui il 25 agosto del 1398 l’abate Enrico Tomacelli li sostituì con il chierico napoletano Ludovico Freccia ordinando poi a don “Nicolao archipresbiterio dicti castri Ambrifii” (arciprete del castello chiamato Ambrifi) di immettere lo stesso Freccia nel possesso corporale di dette chiese, come possiamo leggere nel “Codex Diplomaticus Cajetanus“. Ambrifi, invece, non aveva aderito allo scisma e Luca Spinelli, signore di Roccaguglielma e padrone del “castrum”, si era schierato al fianco di Bonifacio IX, pontefice legittimo successore di Urbano VI. Per questo motivo il territorio nel 1399 fu occupato dalle milizie di Onorato II.
La posizione stessa di Lenola, presso la linea di confine tra lo stato pontificio e il regno di Napoli, la rendeva naturale obiettivo di tutte le guerre che nel XV secolo si svolsero tra il papa, gli Aragonesi e gli Angioni, alle quali si aggiunsero le lotte tra i Cajetani di Fondi e quelli di Sermoneta. Nel 1437, in risposta ad Alfonso il Magnanimo che aveva invaso la Marittima, le milizie pontificie occuparono Lenola, che fu presieduta da Francesco Cajetani di Maenza, nemico acerrimo del conte di Fondi. Per questo motivo nel febbraio del 1438 le truppe napoletane la cinsero d’assedio.
Nel 1442 il Regno di Napoli fu definitivamente conquistato dagli Aragonesi. Alfonso V il Magnanimo, salito sul trono nel 1443 con il nome di Alfonso I delle Due Sicilie, riunì in un solo regno tutta l'Italia meridionale. Il successore Ferdinando I il 1 giugno 1490 concesse al nuovo conte di Fondi, Onorato II, vari territori, tra cui il “castrum inhabitatum dictum de Ambrisi” con tutte le sue pertinenze, dopo averlo confiscato alla famiglia Spinelli per i delitti da lui commessi contro lo Stato. Fabrizio Spinelli, infatti, si era schierato con Pietro Bernardino Cajetani, figlio di Onorato II, nella congiura ordita contro gli Aragonesi.
Nel 1490 Ambrifi, dunque, non era più abitato.
Alla discesa di Carlo VIII in Italia (1494), che voleva riconquistare il Regno di Napoli come erede della dinastia degli Angioini spodestata precedentemente dagli Aragonesi, il conte di Fondi Onorato III si schierò con i Francesi. Scacciati questi e ritornando Ferdinando II sul suo regno, Onorato rifiutò di sottomettersi di nuovo alla sua autorità. Fu pertanto privato di tutti i suoi feudi che furono affidati a Prospero Colonna, uno dei più influenti, fedeli e abili capitani del re aragonese. Federico I, successore di Ferdinando II nel 1496, confermò la donazione della Contea di Fondi con i “lochi Acquaviva et Ambrusio inhabitati”.

 

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