Storia
Evo moderno
Nel XVI secolo Lenola fu costretta ad espandersi per il repentino aumento degli abitanti, dovuto a vari fattori tra i quali assunsero particolare importanza la distruzione dei centri limitrofi di Acquaviva e Ambrifi e alcuni avvenimenti che spinsero gli abitanti di Fondi a rifugiarsi a Lenola: un’epidemia imprecisata che nel 1525 aveva mietuto molte vittime e l’incursione nel 1534 del pirata Kair-ed-din, detto il Barbarossa, nel tentativo di rapire la bellissima contessa Giulia Gonzaga per donarla al sultano ottomano Solimano il Magnifico.
Si rese dunque necessario l’ampliamento del perimetro urbano, visto che gli abitanti erano diventati circa 1000. La cinta muraria fu allora costruita più in basso e la porta di accesso fu spostata nell’arco dell’attuale piazza Cavour.
Quella cinta muraria è tuttora presente in un ottimo stato di conservazione: estendendosi per una lunghezza di circa 400 metri, fiancheggia quasi per intero l’attuale via G. Marconi.
Fu costruita anche una nuova chiesa, molto ampia, chiamata S. Maria Maggiore in quanto la vecchia chiesa parrocchiale di S. Giovanni Evangelista non era più sufficiente.
Si è accennato a Giulia Gonzaga. Appartenente all’omonima famiglia aristocratica fra le più famose dell’Italia rinascimentale, divenne contessa di Fondi nel 1526 sposando Vespasiano Colonna succeduto nel 1523 al padre Prospero alla guida della contea fondana che, tolta ai Cajetani, nel 1504 gli fu affidata definitivamente dal re di Napoli Ferdinando il Cattolico in compenso dei servizi resigli nei conflitti tra Spagna e Francia nell’Italia Meridionale.
Dotata di grande ingegno e di prodigiosa bellezza, la contessa Giulia trasformò il suo palazzo in centro di elevata cultura sì da richiamare i più illustri personaggi dell’epoca.
La fama di tanta bellezza fece accorrere il famigerato corsaro Kair-ed-din che nella notte tra l’8 e il 9 agosto del 1534 assalì Fondi per rapire la Gonzaga che, però, avvertita in tempo, riuscì a fuggire. Il pirata, deluso, ordinò una feroce carneficina ed un orrendo saccheggio, incendiando e profanando templi. Un gruppo di suoi seguaci, con la speranza di trovare la contessa si spinse nel territorio lenolese, dove sembra che avesse trovato rifugio nel castello baronale. Devastò i campi fertili e, a pochi centinaia di metri dal paese, incendiò il ricco Monastero dei Benedettini intitolato a S. Martino in località omonima, mai più risorto. Quasi tutti i religiosi perirono; andarono distrutte antiche e preziose memorie ed opere d'arte, tra cui una statua della Vergine. Ma alla fine, Il vecchio barone Manfredi, spinto dall’amor patrio, si mise a capo di gran parte dei cittadini che riuscirono a sconfiggere quell’orda di barbari.
Lenola vide di nuovo aumentare il numero dei suoi abitanti quando, nel 1566, alla morte di Giulia Gonzaga, seguì un periodo di continue calamità mai verificatesi nella storia di Fondi che portarono la città all’abbandono e all’immiserimento; la popolazione lentamente ma inesorabilmente si assottigliò emigrando nei paesi limitrofi.
Nel 1592 fu proclamato vescovo della diocesi di Fondi Giovan Battista Comparini, che resse fino al 1616, anno della sua morte avvenuta proprio a Lenola nel Santuario del Colle.
Energico fautore delle prescrizioni del Concilio di Trento (1545-1563), Mons. Comparini nel 1596 istituì il seminario per la formazione dei chierici, per il cui sostentamento annesse anche alcuni benefici esistenti nel territorio di Lenola e di Campodimele, e ogni due anni visitò tutti i paesi della diocesi.
Della visita pastorale che il vescovo effettuò nel 1599 ci è pervenuto un manoscritto, conservato nella Parrocchia di San Pietro in Fondi. In esso sono descritte, con i loro beni, le chiese nei vari centri della diocesi. Le chiese elencate nel territorio di Lenola sono ben 13: Santa Maria Assunta (attuale parrocchia di Santa Maria Maggiore), San Giovanni Evangelista, Santa Maria Annunziata, Santa Maria degli Angeli (attuale chiesetta di San Rocco), Santa Croce, San Nicola, San Santuccio, San Martino de Ambrifio, Santa Maria del Campo, Santa Maria de Ambrifio, Santa Lucia de Ambrifio, Santo Spirito, San Martino.
Di San Nicola e San Santuccio non abbiamo oggi nessun segno. La prima, segnalata dalle mappe catastali, si trovava nella valle di “Vignolo”, tra Fondi e Lenola, su un’altura a sinistra della vecchia strada andando verso Lenola. Ciò potrebbe essere confermato dal fatto che le persone più anziane chiamano ancora oggi quella zona “San Nicola”. La chiesa di San Santuccio sorgeva sul monte omonimo presso Ambrifi, a sinistra andando verso Pastena.
Stranamente nel manoscritto non si fa alcun riferimento alle chiese della Madonna delle Benigne Grazie e della Madonna del Latte che pure, come abbiamo visto, erano aperte al culto da diverso tempo.
Nella seconda metà del XVI secolo le cronache parlano, per la prima volta, del brigantaggio, triste piaga che turbò per diversi secoli il napoletano e l’Italia meridionale in genere e riversò su essi quel profondo discredito sopravvissuto fino agli inizi del XX secolo.
La causa del fenomeno, nelle nostre zone, è sicuramente da ricercare nella debolezza del potere centrale congiunta alla tirannide dei “signorotti” che spinse alla ribellione e alla vita fuori legge quella parte di popolazione più povera e lasciata senza difesa di fronte all’oppressione dei feudatari.
Vigliacotto di S. Elia, Nardella e Angelo Ferro di S. Oliva furono i primi banditi che infestarono il napoletano portando il terrore nelle campagne e negli stessi centri abitati. Il Ferro specialmente fu a capo di una banda che scorazzò tra le montagne di Lenola, Campodimele e Pico. Degni compari dei suddetti furono Benedetto Mangone (che confessò di essersi macchiato di ben 400 omicidi) e Marco Sciarra, abruzzese in cui, nei pressi di Gaeta, il 26 aprile 1592 si imbattè il poeta Torquato Tasso durante il suo viaggio da Napoli a Roma.
Le numerose orde di assassini guidati dallo Sciarra e dal Ferro diedero verso la fine del XVI secolo il colpo mortale al castello di Acquaviva, che già menava una vita stentata per l’infruttuosità del terreno e per le difficoltà di accesso. Esso rappresentava però per i banditi un rifugiò ideale: situato al confine tra il regno di Napoli e lo Stato Pontificio, fungeva da trampolino per mettersi rapidamente in salvo.
Tra i nomi dei più temuti capi banda, ci sono stati tramandati anche quelli di Domenico Colessa di Aloisio, detto Papone, nativo di Roccasecca, Giuseppe Arezzo di Itri, Domenico Pontano, Caporal Cipolla e Fontana. Spesso in pieno giorno comparendo sulla piazza spaventavano la popolazione con minacce e depredazioni. Osarono una volta sequestrare anche il Vescovo di Gaeta, Monsignor Ortiz Guerrero, mentre si recava a Campello per la visita pastorale. E furono così forti le paure sotto cui viveva quel piccolo borgo, sperduto tra le montagne a nord del Santuario della Madonna della Civita, che gli abitanti preferirono abbandonarlo e disperdersi nei vicini paesi di Campodimele ed ltri.
Nella seconda metà del XVII secolo Lenola fu costretta ad un nuovo ampliamento del perimetro urbano dalla nuova ondata di emigrazione dei cittadini di Fondi costretti a rifugiarsi nei paesi limitrofi per sfuggire al morbo malarico che imperversava a causa delle continue inondazioni cui la città era soggetta. Nel 1636, infatti, essa era quasi disabitata: contava appena 332 anime, come si deduce dagli atti di Mons. Maurizio Rogano, vescovo del tempo, della sua visita nei paesi della diocesi del 1636.
L’espansione di Lenola avvenne verso l'unica direttrice allora accessibile e cioè nella zona chiamata "Ariola". Le nuove costruzioni fecero corona all'attuale piazza Cavour creando un nuovo sistema molto equilibrato dal quale si ripartivano le strade con direzione S. Croce, S. Martino e zona degli uliveti. Successivamente l’ampliamento si attestò nella parte bassa dell'antico centro, nel quadrante Sud-Ovest. Anche questa espansione restò inscritta in una circonferenza con al centro piazza Cavour che divenne il punto centrale dei successive ampliamenti.
Da quel momento la parte antica restò emarginata.
Verso la fine della seconda metà del XVII secolo Lenola superava di molto i 1000 abitanti. La popolazione era distribuita in tre fasce sociali: borghese (per lo più nobili), artigiana e contadina. Le famiglie nobili erano appena sette; considerando che all’epoca ogni famiglia era costituita da 5-6 componenti, appartenevano alla borghesia 35-42 persone. Dei cittadini restanti un quarto erano artigiani e tre quarti contadini.
Il periodo che va dal 1600 al 1700 fu per Lenola quello di massimo splendore, soprattutto per gli avvenimenti legati alla figura di Gabriel Mattei e al Santuario della Madonna del Colle che incisero profondamente sulla storia del luogo e ne condizionarono gli sviluppi futuri.
L’Illuminismo, movimento filosofico e letterario diffusosi in Europa e in America dall'inizio del XVIII secolo, trovò numerosi seguaci anche a Lenola. La nostra cittadina ebbe un notevole sviluppo culturale dal quale emersero numerosi personaggi illustri: l’avvocato Francesco Pandozy, il pittore Giovanni Pandozy e il dottor Francesco Antonio Notarianni, medico, archeologo, fisico e naturalista, sono solo alcuni tra quelli che portarono il nome di Lenola in tutta Italia.
Non va poi dimenticato Mons. Giovanni Calcagnini, figlio della lenolese Felicia Antonia Notarianni, che nel 1764 fu nominato vescovo di Fondi. Di lui abbiamo la relazione della vista pastorale del 9 luglio 1768. Nell’elenco delle chiese di Lenola non figurano più quelle di San Nicola, San Santuccio, San Martino de Ambrifio e Santa Lucia de Ambrifio, menzionate dal Comparini nel 1599, mentre compaiono per la prima volta quelle di San Rocco e di San Biagio, insieme ai resti di quella di San Leonardo Confessore della quale, però, non si è mai saputo più di tanto.
Nel 1799 Lenola fu insediata dalle truppe francesi che erano alla caccia del temuto brigante itrano Michele Pezza, più conosciuto col nome di “Fra Diavolo”. Fedele alla causa borbonica, la nostra Università aveva appoggiato il Pezza con uomini e mezzi: al contributo di 90 ducati furono aggiunte due compagnie: una formata da 21 uomini guidati da Giuseppe Quinto e un’altra da 22 artiglieri comandati da Francesco Guacci. Lo stesso Quinto divenne poi capo dei fucilieri dell’intera banda e fu insignito dal re Ferdinando IV col grado di secondo tenente mentre il Guacci con quello di capitano di fanteria. Per punire le autorità di questa collaborazione, i Francesi misero a ferro e fuoco il nostro paese: oltre a commettere estorsioni e rapine saccheggiarono l’Archivio del Santuario asportando importanti documenti e numerosi oggetti di valore.
Nel 1806, col ritorno dei transalpini in Italia, Lenola dovette subire nuovamente le prepotenze e le angherie delle truppe francesi ancora alla caccia di quel Fra Diavolo che con estrema audacia attaccava le loro pattuglie e i loro distaccamenti. Una guarnigione stazionò nei locali dell’ex Seminario del santuario del Colle. Nella piccola Piazza, oggi Piazza Cavour, innalzarono l’ “albero della Libertà”, simbolo politico che dalla Francia rivoluzionaria diffusero nei territori occupati, intorno al quale ballavano e celebravano cerimonie oscene. Quando tornarono tempi sereni su quella colonna di pietra fu posizionata una croce e quando fu applicata la legge napoleonica che obbligava la costruzione di appositi luoghi per la sepoltura dei morti, venne posta al centro del viale d’accesso del cimitero, dove si ammira ancora oggi.