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Storia

Evo contemporaneo

Appena insediato a Napoli, Giuseppe Bonaparte con la legge del 2 agosto 1806, abolì il sistema feudale. Tutte le giurisdizioni baronali furono, quindi, reintegrate alla sovranità.
Il comune di Lenola, allora, promosse una causa contro il principe di Fondi Vincenzo de’ Sangro, esponendo in dieci punti le proprie rivendicazioni. La Commissione Feudale, incaricata di dirimere la vertenza, con un primo giudizio del 18 agosto 1809 dichiarò abolita la giurisdizione dell'ex feudatario sul territorio di Ambrifi e con una seconda sentenza del 20 novembre del 1809 riconobbe al Principe il diritto di esigere ancora la fida sui terreni dell'ex feudo non concessi in colonia e quello di percepire una "scodella di grano di quello che i cittadini di Lenola raccolgono ne' fondi di loro dominio" situati in Ambrifi.
Con l’abolizione del sistema feudale cambiò anche l'ordinamento comunale: ai giudici, capi della città, fu sostituito il “sindaco”, coadiuvato da un numero ristretto di consiglieri denominati “decurioni”. Estratti a sorte tra i proprietari più ricchi, essi eleggevano poi il sindaco. Questi e i decurioni formavano il “decurionato”, corrispondente all’attuale giunta municipale. I loro atti venivano detti "atti e deliberati decurionali". Anche la carica di questi nuovi amministratori, come fu per i giudici e i consiglieri, aveva la durata di un anno, con facoltà di riconferma per il mandato successivo.
La riforma giudiziaria fu avviata con le leggi del 30 aprile 1807 e del 20 maggio 1808. Cessò la Corte locale affidata ai giudici e al viceconte (o al solo viceconte) nominato dal feudatario e si creò il “giudice di pace”. Con funzioni corrispondenti pressappoco a quelle dell'attuale pretore, egli presiedeva la circoscrizione territoriale. Lenola, insieme a ltri, Monticelli e Campodimele, faceva parte della circoscrizione di Fondi.
Quando Giuseppe Bonaparte nel 1808 lasciò la corona di Napoli per assumere quella di Spagna, gli successe al trono di Napoli Gioacchino Murat. Questi curò la riorganizzazione dell'esercito, l'incremento dei lavori pubblici, l'istruzione e la promulgazione del Codice napoleonico. In base a questo presso i municipi del regno furono prescritti i registri dello stato civile. Fino ad allora le nascite e le morti venivano tramandate solo dalle annotazioni dei registri parrocchiali.
Il Murat continuò l’opera di abolizione dei privilegi feudali favorendo la creazione di una media borghesia terriera e l'adeguazione delle strutture statali alle esigenze di una nuova società.
Ma nel 1815, con il declino dell’impero napoleonico, favoriti dagli Austriaci, i Borboni tornarono nel regno di Napoli e Ferdinando IV prese il nome di Ferdinando I re delle due Sicilie. Il sovrano divise il suo territorio in quindici province; Lenola faceva parte di Terra di Lavoro con capoluogo Capua.
Si riaccese di nuovo in questo periodo nelle nostre zone il fenomeno del brigantaggio. Contadini oppressi e affamati si riunivano in bande e, affidandosi ad un capo che consideravano più intelligente o più feroce, si davano alla macchia per rubare, uccidere e vendicare le offese ricevute.
Alla morte di Fra Diavolo i superstiti della sua banda continuarono a scorazzare fra i paesi degli Ausoni perpetrando ruberie, omicidi, angherie di ogni genere e sequestri di persone. A Lenola Il 16 settembre 1814, nella contrada Vignolo, sequestrarono Don Carlo Grossi che liberarono dopo averlo malmenato e minacciato di morte. Il Grossi attribuì la sua liberazione all’intercessione della Vergine del Colle da lui invocata, come si evince da un suo ex voto in tela esistente nella sagrestia del Santuario del Colle.
Molti altri furono i briganti che seminarono terrore e morte nel territorio lenolese. La banda di Gasbarrone, la banda “Calabresotta”, così chiamata perché comandata da Domenico detto “il Calabrese”, che aveva deciso il rapimento dei sacerdoti don Francesco Antonio De Simone e don Pio Boccia e dei “signori” Giuseppe De Longis e Francesco Pandozi e che proprio a lenola fu sgominata; sulle montagne di Lenola fu ucciso Francesco del Greco, brigante pluriomicida di Patrica.
Purtroppo vari briganti erano proprio lenolesi: ci è pervenuto il nome di Giovanni Domenico Mastrobattista, detto “Finocchio” o “Finocchietto”.
L’Italia, intanto, contesa per vari secoli tra l’impero e la Francia, si era trovata libera da questa in seguito al Congresso di Vienna (1814-1815), che frazionò però la nazione in vari piccoli stati la maggior parte dei quali era sotto il dominio, diretto o indiretto, dell’Austria. Iniziò allora a farsi strada nell’animo degli Italiani il desiderio di libertà e di indipendenza dallo straniero. Ciò determinò il rinvigorimento di molte sette segrete, già radicate durante la dominazione napoleonica, i cui adepti aspiravano alla libertà politica e a un governo costituzionale.
Fra tutte le fazioni occupa un posto preminente la “Carboneria” che si costituì nel 1810 nel Meridione. Per sfuggire alla fittissima rete del controllo poliziesco la setta era costretta a darsi una struttura interna rigida e chiusa, con una severa gerarchia degli affiliati, a salvaguardia della loro sopravvivenza.
Numerosi furono i tentativi insurrezionali ispirati dalla Carboneria in quasi tutte le regioni d'Italia. A noi interessa particolarmente la rivolta del 1820 contro Ferdinando I, re delle Due Sicilie. Dopo essere stato costretto a concedere la costituzione e ad accettare la formazione di un governo costituzionale, con l’aiuto delle milizie austriache abrogò il tutto ed esercitò feroci vendette contro gli affiliati e i soli sospetti Carbonari.
Le autorità centrali di Polizia compilarono, allora, lunghi elenchi di carbonari in base ai rapporti avuti dalle provincie, dai distretti, dai comuni e dalle diocesi. Questi elenchi si trovano attualmente presso l’Archivio di Stato di Napoli. In essi figurano circa 8000 affiliati del Regno delle due Sicilie del 1820 e 1821, in ordine alfabetico, con numerazione progressiva, patria, condizioni ed osservazioni. Vi possiamo leggere i nomi di tre lenolesi: Mastrojanni Paolino, Carbonaro prima di luglio 1820, attivo per ingrandire la setta, ma di cui si ignora il grado; Pandozzi Luigi, Capo carbonaro, attivo ed antico; Pandozzi Antonio, anch’egli Capo carbonaro, attivo ed antico.
Per controllare questi movimenti eversivi, a Lenola fu inviata una Compagnia di truppe Austriache che furono alloggiate nell’ex Seminario, annesso al Santuario del Colle e al cui mantenimento doveva pensare il Comune. Il Sindaco del tempo, Don Francesco Magni, per mancanza di fondi, il 10 febbraio 1826 fu costretto a chiedere un prestito agli amministratori del Santuario del Colle. In un documento dell’archivio dello stesso santuario si legge infatti: “Impronto (prestito) fatto al Comune per far fronte alle spese di alloggio e casermaggio Austriaco ducati 50”.
Il 1831 segnò la definitiva disgregazione della Carboneria e la nascita, per opera di Giuseppe Mazzini, della “Giovine Italia” che si prefissava di avviare una rivoluzione nazionale democratica intesa a fare dell'Italia una repubblica unitaria e sovrana.
Ormai lo spirito di libertà e di indipendenza, insieme al desiderio di un’Italia unita, si era fatto strada in tutti gli italiani. I nuovi moti insurrezionali costrinsero i vari sovrani ad attuare le prime riforme istituzionali: il Piemonte, la Toscana, il regno delle due Sicilie, lo stato pontificio, Parma e Modena nel 1848 avevano tutti concesso la costituzione.
Carlo Alberto, re di Sardegna, pressato da esponenti influenti dell’aristocrazia e della borghesia liberale, si mise alla testa del movimento anti-austriaco. Dopo aver concesso lo Statuto (4 marzo 1848) il 23 marzo dichiarò guerra all’Austria (prima guerra di indipendenza) con l’appoggio dei sovrani di Toscana e di Napoli e dello stesso papa Pio IX. Essi, però, ben presto, temendo il rafforzamento della monarchia piemontese, uno dopo l'altro, ritirarono le truppe, indebolendo così le possibilità offensive dell'esercito. La sconfitta fu pertanto inevitabile. Carlo Alberto abdicò in favore del figlio Vittorio Emanuele II che firmò l'armistizio di Vignale al quale seguì la Pace di Milano (6 agosto 1849) con cui il Piemonte veniva in parte occupato dall’esercito austriaco e costretto a ripudiare l’alleanza con i patrioti milanesi e veneziani precedentemente insorti (Repubblica di Venezia e Cinque Giornate di Milano).
Non ci è dato di sapere se alla prima guerra di indipendenza partecipò qualche lenolese.
Il suo comportamento, dettato anche dalla stessa natura del suo ministero di pace, trasformò Pio IX in traditore agli occhi di ogni liberale e causò una serie di disordini e tumulti che culminarono il 15 novembre 1848 con l’assassinio di Pellegrino Rossi, ministro dell’Interno. Il grave episodio, insieme alle continue minacce e vessazioni, costrinsero il pontefice a fuggire da Roma e a rifugiarsi a Gaeta (24 novembre 1848), sotto la protezione di Ferdinando II, re delle due Sicilie succeduto nel 1830 a Ferdinando I.
Il 31 dicembre dello stesso anno il pontefice elevò il Vescovado di Gaeta ad Arcivescovado (con giurisdizione, cioè, sui vescovadi della provincia ecclesiastica).
Il 9 febbraio 1849, mentre a Roma veniva proclamata la repubblica romana, Pio IX fece visita al santuario della Madonna della Civita, dove partorì il dogma dell’Immacolata Concezione che proclamò ufficialmente l'8 dicembre 1854, appena rientrato a Roma, con la bolla “Ineffabilis Deus”.
Oltre al papa, quasi tutti i cardinali residenti a Roma fuggirono nei paesi del regno borbonico.
Fu in quella occasione che anche il Cardinale Tommaso Pasquale Gizzi si trasferì nel Regno di Napoli passando il confine nei monti tra Vallecorsa e Lenola trasportato in portantina a causa delle sue cattive condizioni di salute.
Nato a Ceccano nel 1787 da famiglia nobile, dopo una lunga e luminosa carriera diplomatica che lo vide Uditore (1820-1823) e Incaricato d’Affari (1823-1827) a Lucerna, Uditore nella Nunziatura di Monaco di Baviera (1827-1829), Incaricato d’Affari nel Regno di Sardegna (1829-1835), Internunzio Apostolico in Belgio (1835-1837), Delegato Apostolico di Ancona (1837-1839), Nunzio Apostolico in Svizzera (1839-1841) e, Nunzio Apostolico a Torino (1841-1843), nel 1844 fu nominato cardinale e inviato a reggere la legazione di Forlì. Divenuto segretario di Stato (agosto 1846) e presidente del Consiglio dei ministri (giugno 1847), poco dopo si dimise da ambedue le cariche perché contrario alla guardia civica e ad altre riforme liberali.

Card. Pasquale Gizzi

 

A Lenola, il cardinale fu ospite dalla sorella Petronilla, che aveva sposato Carlo Grossi, un notabile del luogo. Pur non avendo incarichi diplomatici, in questo frangente, il Gizzi fece da collegamento tra Roma e Gaeta, negoziando con diplomatici e politici. Si giovava della posizione geografica di Lenola, confinante con lo Stato Pontificio, e della posizione peculiare dell’imponente Palazzo Grossi, una parte del quale era fuori le mura di cinta di Lenola, il che consentiva di sfuggire ad ogni controllo.
Delle sue frequenti visite al santuario della Madonna del Colle si conservano alcuni cimeli.
Il 3 giungo 1849, in casa Grossi, in Via Ariola, oggi casa Domenichini, il Cardinale Pasquale Gizzi cessava di vivere per un colpo apoplettico, come risulta dall’atto di morte conservato nell’Archivio Storico del Comune di Lenola, anno 1849, n. d’ordine 24.
Per singolare coincidenza la stessa sera, a Roma, le truppe francesi, al comando del generale Oudinot, dopo una giornata di combattimenti, riuscirono ad espugnare due capisaldi della resistenza repubblicana, Villa Corsini e Villa Valentini, decidendo praticamente le sorti della città eterna: il 15 luglio 1849, infatti, cadde la repubblica romana e venne ristabilito il potere temporale della Chiesa.
Dopo i solenni funerali nella Chiesa Collegiata di Santa Maria Maggiore in Lenola, le spoglie mortali del Cardinale vennero inumate nella stessa Chiesa al centro del Presbiterio. Sul sepolcro venne apposta una lapide marmorea con un’iscrizione latina.
Il suo Cappello Cardinalizio rosso (Galero) venne attaccato all’arco centrale del Presbiterio della Chiesa Parrocchiale, dove è restato sino al 1920.
I resti mortali, richiesti dai parenti, dopo 143 anni sono stati esumati e il 1 luglio 1992 traslati a Ceccano nella Cappella dei Conti Gizzi, all’interno del Cimitero monumentale.
Il 12 aprile 1850 Pio IX fece ritorno a Roma e da allora il pontefice si oppose strenuamente a qualsiasi tipo di liberalismo, sia clericale che politico.
Con la seconda guerra di indipendenza (1859) l’Italia annesse la Lombardia. Il nuovo regno di Sardegna era quindi composto da Sardegna, Piemonte, Emilia-Romagna, Liguria, Toscana e Lombardia.
Ci preme ricordare la partecipazione di un nostro compaesano alla seconda guerra d’indipendenza: Fasolo Gerardo. Nato a Lenola il 13 settembre 1841, figlio di umili contadini, all’età di 18 anni rispose all’appello lanciato da Giuseppe Garibaldi arruolandosi nel corpo “Cacciatori delle Alpi”, formato da volontari, che si distinsero nelle battaglie di Palestro (30 e 31 maggio 1859) e Magenta (4 giugno 1859).
Fu in una di quelle sanguinose azioni combattute, corpo a corpo, che il giovane Fasolo, sprezzante del pericolo, fece da scudo al re Vittorio Emanuele II°. Per questo gesto, dopo il trattato di Villafranca del 11 luglio 1859, venne insignito della Medaglia d’Argento al Valor Militare. Si racconta che il 4 giungo di ogni anno ne faceva sfoggio sulla divisa rossa garibaldina, che indossava a commemorazione di quell’impresa.
Si racconta anche che quando, dopo l’avvento del Fascismo, suo nipote Giulio Fasolo, soprannominato “falasca”, gerarca squadrista, voleva far indossare al nonno la camicia nera, questi oppose un netto rifiuto dicendo: “da giovane ho indossato la camicia rossa garibaldina, e questa indosso!”.
Al termine della seconda guerra di indipendeza il processo unitario era ormai irreversibile: bastò infatti una spedizione, inizialmente d'un migliaio d'uomini condotti da Garibaldi, per sollevare tutta la Sicilia (maggio 1860) e di lì a poco abbattere il Regno borbonico anche nella parte continentale (ottobre 1860). Il re Francesco II, subentrato a Ferdinando II nel 1858, si ritirò nella fortezza di Gaeta dove organizzò l’ultima sua difesa. Assediato dall’esercito sabaudo, però, il 13 febbraio fu costretto alla resa.
La successiva occupazione delle Marche e dell'Umbria compiuta dai Piemontesi portò Il 17 marzo 1861 alla proclamazione del Regno d'Italia, riconosciuto ben presto da quasi tutte le potenze, eccetto Austria e Spagna. Vittorio Emanuele II ne fu proclamato re “per grazia di Dio e volontà della nazione”.
Il compito non era però terminato: mancavano il Veneto e Roma, la cui liberazione diveniva però ora argomento non più di congiure e d'insurrezioni, ma di trattative diplomatiche o di guerre internazionali.
Con decreto legge il 22 dicembre 1861, il regno venne diviso in provincie, circondari, mandamenti e comuni, come circoscrizioni territoriali delle diverse autorità governative.
Il governo locale è affidato a due specie di enti: i comuni e le provincie.
Il comune è governato da organi collegiali elettivi: consiglio comunale e giunta municipale formati di un numero di membri che varia a seconda del numero degli abitanti del comune. Entrambi gli organi sono presieduti dal Sindaco, nominato dal re tra i consiglieri comunali. Egli assolve due funzioni ben distinte: è capo dell'amministrazione comunale e ufficiale di governo.
La provincia è governata da organi solo parzialmente elettivi: il consiglio provinciale, formato da consiglieri (in numero variabile a seconda della popolazione) eletti per mandamenti; tra i consiglieri è eletta la deputazione provinciale che è presieduta dal Prefetto. Compare così una nuova struttura destinata ad avere una grande influenza in tutta la storia italiana successiva.
Il prefetto, rappresentante del governo in ogni provincia, fu lo strumento principale per realizzare quella gestione politica e amministrativa diretta dal centro che i moderati avevano imposto. A lui infatti facevano capo la tutela dell'ordine pubblico, la direzione degli organismi sanitari provinciali, il controllo sulla scuola e sui lavori pubblici, la nomina dei sindaci e dei deputati provinciali: poteri eccezionali di cui rispondeva direttamente al ministro degli Interni.
I Circondari erano circoscrizioni territoriali di decentramento amministrativo intermedie tra la provincia e il comune presieduta dal sottoprefetto.
Sull’attività di questi enti locali erano previsti sistemi di controllo sotto il profilo della legittimità e del merito.
Nel 1862 venne estesa a tutto il regno la legge che prevedeva quattro anni di scuola elementare, dei quali i primi due erano gratuiti e obbligatori; nel 1865 vennero promulgati il nuovo codice civile e le norme di pubblica sicurezza articolati sulla falsariga di quelli già in vigore negli stati sardi; nello stesso anno venne imposto in tutto il regno l'obbligo del servizio militare.
Da quanto suddetto si comprende come i governanti stabilirono un controllo stretto e capillare su tutto il regno orientandosi verso un modello di Stato accentrato, molto vicino a quello napoleonico.
Ma, come scrisse Cattaneo, quando il potere è accentrato “la libertà non può nascere o non può vivere” e “la libertà non è più che un nome: tutto si fa come tra padroni e servi”. Infatti, già dal 1861 migliaia di italiani del sud, soprattutto contadini che si videro privati di secolari diritti, si ribellarono al governo dei piemontesi, dando vita a quel vasto fenomeno del brigantaggio. Sui motivi di questa protesta si innestarono, trovandovi un terreno largamente favorevole, le rivendicazioni dell'ex re borbone Francesco II, sostenuto dal clero, da elementi reazionari in genere e dal legittimismo internazionale. E’ sotto questo aspetto che questo brigantaggio fu chiamato “politico”.
In esso possiamo individuare un duplice ordine di cause: la ribellione contadina al nuovo ordine borghese, laico e liberale instaurato con la liberazione, e la rivolta reazionaria, legittimista e clericale fomentata dagli spodestati Borbone, rifugiati a Roma. I contadini meridionali erano rimasti fedeli agli ordinamenti feudali che offrivano loro il godimento di alcuni vantaggi, come il pascolo comune che permetteva anche ai più poveri di tenere qualche mucca, di raccogliere legna, ecc. L'unificazione, invece, aveva esteso al Mezzogiorno le istituzioni caratteristiche di una società borghese evoluta, apportandovi tra l'altro la leva militare, sconosciuta sotto i Borbone, e un aggravio di tasse. Il malessere dei contadini, che si videro privati di secolari diritti, esplose in forma violenta, degenerante spesso in episodi di delinquenza comune, caratterizzati da feroce crudeltà. Sui motivi della protesta contadina, abilmente sfruttati da una demagogica propaganda, si innestarono, trovandovi un terreno largamente favorevole, le rivendicazioni dell'ex re borbone Francesco II, sostenuto dal clero, da elementi reazionari in genere e dal legittimismo internazionale. E’ sotto questo aspetto che questo brigantaggio fu chiamato “politico”.
Le dimensioni del brigantaggio divennero ben presto imponenti: nel 1861 nel napoletano i banditi raggiungevano l'incredibile cifra di ventimila uomini e i loro capi si autodefinivano "generali" dell'esercito borbonico.
Ad aggravare la piaga del brigantaggio nel nostro territorio fu la sua stessa posizione, come già ampiamente illustrato in precedenza. Va poi aggiunta la disorganizzazione della Guardia Nazionale, la corruzione delle autorità giudiziarie e delle guardie doganali.
La risposta del governo fu prevalentemente repressiva: fu inviato un corpo di spedizione che contò oltre 150.000 soldati e furono instaurate leggi eccezionali sotto la giurisdizione dei tribunali militari. Vennero comminate oltre 7000 condanne a morte e uccisi più di 5000 banditi; diversi paesi che avevano solidarizzato con i briganti furono incendiati.
Lenola, come tutti i paesi degli Ausoni, fu direttamente interessato alle scorrerie delle principali bande che dalla guerriglia pseudo politica passarono ai delitti più mostruosi, alle rapine, alle violenze e alle vendette più atroci.
Va sicuramente menzionato per primo il brigante Luigi Alonzi detto “Chiavone”, il “Garibaldi dei Borboni”, il "generale di brigata dell'Armata napoletana". La sua banda, formata per lo più da disertori e sbandati dell'ex esercito borbonico e di cui faceva parte anche il lenolese Domenico Pannozzo, il 5 maggio 1861 assalì Lenola, devastò gli uffici del comune, tolse dalle pareti i ritratti di Vittorio Emanuele Il e di Garibaldi per sostituirli con quelli di Francesco Il e di Maria Sofia dichiarando decaduto il nuovo regno unitario e ripristinato quello borbonico.
L’episodio è descritto nel “Rapporto sull’invasione e rivolta nel comune nel giorno 5 corrente” del sindaco del tempo Giuseppe De Simone, primo dell’Italia Unita.
Sin dall’inizio del 1861 operarono nella zona, in collegamento con la banda di Chiavone, numerosi altri briganti: Raffaele Lo Bono, Onorato Bernardo, Andrea Mingiarra, Luigi Mastrillo detto Lupo, Giovanni Casa, Giuseppe Di Sarra e Raffaele Farignoli, tutti originari di Fondi, Monticelli e Lenola. La maggior parte di questi furono arrestati nell’aprile del 1864 dagli uomini della Guardia Nazionale per interessamento del sindaco di Fondi Giuseppe Amante.
Dopo la morte di Chiavone, fucilato Il 28 giugno 1862 nei dintorni di Velletri, una parte della sua banda restò ad operare a Lenola sulle montagne confinanti con lo Stato Pontificio (Chiavino, Santuccio, ecc.). Nel 1864 una delle tante vittime di questa banda di assassini e di ladroni fu Domenico Grossi: rapito, gli fu tagliato un orecchio che fu fatto recapitare ai familiari da una donna, pure di Lenola (che da allora fu soprannominata “la brigante”) e liberato dietro pagamento di un riscatto di 200 ducati.
Le popolazioni ausone conobbero molte altre bande: quella di Cannone, di De Lellis, di Fuoco e di Colaiuto, solo per citarne alcune, che operarono tra la provincia di Terra di Lavoro e il frusinate e spingendosi anche nel territorio pontificio per contattare i cospiratori borbonici.
Oltre ai già citati, ci sono stati tramandati altri nomi di briganti e di manutengoli di Lenola. Ricordiamo Pasquale Di Trocchio, appartenente alla banda di Michele Fallovo di Campodimele, arrestato all’età di 37 anni; Maddalena Lo Stocco fu Giuseppe, ventiduenne, moglie del brigante fondano Biagio Coletta, appartenente alla banda di Raffaele Farignoli detto “Furia”, arrestata dai Carabinieri di Fondi nell'ottobre 1863; Vincenzo Pannozzo di Angelo, un giovane pastore di ventidue anni nativo di Lenola, arrestato il 13 novembre 1863 per connivenza col brigante Salvatore Colantone di Filippo, suo cognato, di Lenola, e di favoreggiamento del brigantaggio; Gioacchina Antogiovanni di Francesco, di 30 anni, e Vittoria Marrocco di Domenico, di 39 anni, arrestate il 30 ottobre 1864 con l’accusa di connivenza con i briganti; Mastrobattista Antonio di 24 anni e Verardi Fortunato di 32, entrambi contadini di Lenola, arrestati l'11 gennaio 1865 con l’accusa di connivenza solo per aver consegnato ai briganti il denaro per il riscatto di tale Pasquale Mastrobattista; Di Biasio Pietro fu Giuseppe di anni 38 e De Filippis Luigi di Salvatore di anni 45, nati e domiciliati a Lenola, arrestati l’11 maggio per aver procacciato alimenti ai briganti; Guglietta Gerolamo e Chiaro Francesco, entrambi lenolesi di 23 anni, arrestati il 10 luglio 1865 per ordine del Sindaco Giuseppe De Simone.
Nelle vicende del brigantaggio, che, abbiamo visto, seminò terrore e morte specialmente in quelle cittadine ausoniche più vicine allo Stato Pontificio come Lenola, Fondi, Campodimele, Monticelli e Pastena, tutti gli storici distinguono due grandi fasi. Nella prima, che va dal 1860 al 1865, apparì più seria la minaccia politica e militare al nuovo stato unitario in quanto le componenti politiche e sociali furono chiare e prevalsero sugli elementi di disordine e di criminalità comune che sempre si accompagnano ai mutamenti di regime. Nella seconda fase, che si protrasse fino al 1869-1870, prevalsero il banditismo e la rivolta anarcoide e l’azione dei briganti costituì l’espressione di un disagio circoscritto, incapace di mettere in pericolo l’assetto istituzionale, anche se il Governo Pontificio continuava a sostenere e incoraggiato quei malviventi ai quali forniva anche passaporti per l’espatrio.
La repressione della rivolta del meridione, che minacciò seriamente il neo costituito regno d’Italia, non risolse però il problema fondamentale che aveva scatenato la prima grande ribellione della storia dell’Italia unita: la miseria e l’oppressione sociale dei contadini meridionali sulle quali si innestò la “questione meridionale” che attraversò tutta la storia nazionale fino ai nostri giorni.
Nei primi quindici anni che seguirono l’unità d’Italia il potere fu gestito dalla Destra, chiamata “storica” dagli studiosi per distinguerla dai successivi movimenti conservatori e reazionari.
Il problema delle comunicazione fu uno dei più impellenti per la nuova Italia. Lo sforzo di ampliare la rete stradale e ferroviaria, insieme all’abolizione delle barriere doganali, consentì alla fine una certa unificazione del mercato.
Anche a Lenola, non più confine di paese tra due stati, furono costruite nuove strade per collegare il territorio al resto del regno. Nacque così la strada Lenola-Vallecorsa e Lenola Starza Piana che si collegava alla Civita Farnese che da Itri portava ad Isoletta dove c’era la stazione ferroviaria più vicina. Per interessamento del Sindaco Giuseppe De Simone, che era anche consigliere provinciale, fu costruita anche la strada Lenola-Fondi.
Dall'intensificazione degli scambi trassero giovamento le produzioni agricole più specificamente rivolte all'esportazione, in particolare le colture specializzate praticate in alcune zone del Mezzogiorno. Tutto il settore agricolo conobbe, comunque, in questo periodo progressi abbastanza significativi in termini di incremento produttivo. Ciò valse a Lenola soprattutto per l’olio di oliva e per i prodotti della pastorizia che cominciò ad essere apprezzati anche nei paesi limitrofi.
Nessun vantaggio immediato venne invece al settore industriale, che fu anzi nel complesso penalizzato dall'accresciuta concorrenza internazionale. Continuò a svilupparsi l'industria della seta, tradizionalmente esportatrice seppur poco avanzata tecnologicamente.
Declinarono invece le altre produzioni tessili, in particolare quella laniera, e, cosa ancora più grave, i settori siderurgico e meccanico, ancora troppo deboli per potersi giovare dell'occasione che in altri paesi era stata offerta dallo sviluppo delle ferrovie (la cui costruzione fu invece affidata, in buona parte, a imprese straniere). Gli effetti negativi della scelta liberista furono sentiti soprattutto dai pochi nuclei industriali del Mezzogiorno, inesorabilmente cancellati dalla brusca caduta dei dazi protettivi all'ombra dei quali si erano sviluppati.
L'Italia, nel complesso, aveva perso terreno nei confronti dei paesi più progrediti e il tenore di vita della maggioranza dei suoi abitanti non aveva registrato mutamenti di rilievo anzi, in alcuni casi, era addirittura peggiorato. Molto diffusi restarono l'analfabetismo, la denutrizione, la mortalità infantile le malattie.
Per debellare o quanto meno ridurre i casi di malaria, a Lenola furono attuate varie opere di bonifica, tra cui sicuramente la più importante fu quella del Pantano, esteso per circa 50 ettari che raccoglieva le acque piovane e i rifiuti.
Responsabile principale della situazione sopra descritta fu la durissima politica fiscale, dettata dalla necessità di coprire i costi dell'unificazione. La costruzione del nuovo Stato aveva infatti comportato spese ingentissime, sia nel campo delle comunicazioni sia in quelli dell'amministrazione pubblica, dell'istruzione e dell'esercito. Per far fronte a queste spese, i governi della Destra dovettero ricorrere a una serie di inasprimenti fiscali, che colpivano soprattutto i consumi (tasse sui sali e i tabacchi, dazi locali sui generi alimentari). La situazione si aggravò dopo il 1866, in conseguenza di una crisi internazionale e delle spese sostenute per la guerra contro l'Austria (terza guerra di indipendenza). Per rinsanguare le casse dello Stato, i governi succedutisi fra il 1866 e il 1869 furono costretti ad appesantire le imposte già esistenti e, nell'estate del 1868, a vararne una nuova: quella sulla macinazione dei cereali, meglio nota come “tassa sul macinato”. Si trattava in pratica di una tassa sul pane, cioè sul consumo popolare per eccellenza, che colpiva duramente le classi più povere. Inoltre, dovendo essere pagata ai mugnai all'atto del ritiro della farina, non risparmiava nemmeno quei lavoratori agricoli che producevano da soli i cereali o li ricevevano come parte del salario. L'introduzione di questa tassa accrebbe l'impopolarità della classe dirigente e provocò, all'inizio del 1869, le prime agitazioni sociali su scala nazionale della storia dell'Italia unita.
La repressione fu anche in questo caso durissima.
La politica di duro fiscalismo e di inflessibile rigore finanziario ottenne alla fine gli effetti sperati. Le condizioni del bilancio statale migliorarono rapidamente fino a raggiungere, nel 1875, l'obiettivo del pareggio. Ma intanto il fronte degli scontenti si allargava. Alla protesta dei ceti popolari, al cronico malcontento del Mezzogiorno, si aggiunsero le pressioni degli industriali e dei gruppi bancari e speculativi in favore di una politica economica meno rigida e restrittiva, che lasciasse più ampi margini alla formazione della ricchezza privata. Il peso di questi interessi sarebbe stato decisivo nel provocare la caduta della Destra.
Un altro tra i problemi più difficile che la destra si trovò ad affrontare fu il completamento dell’unità.
La questione del Veneto fu risolta mediante l'alleanza con la Prussia nella guerra vittoriosa contro l'Austria (giugno-luglio 1866). Per l'Italia tale guerra (la cosiddetta terza guerra di indipendenza) si rivelò un'impresa disastrosa sul piano militare. L'esercito venne sconfitto dagli austriaci a Custoza (24 giugno 1866), mentre la flotta subì una disfatta nelle acque di Lissa (20 luglio). L'unico parziale successo fu ottenuto il 21 luglio a Bezzecca dai “Cacciatori delle Alpi” di Garibaldi che, apertosi la strada verso Trento, fu però fermato dall'armistizio (26 luglio) che nel frattempo austriaci e prussiani avevano firmato.
Dei “Cacciatori delle Alpi” fece parte Francesco Ingrao. Nato a Grotte, in Sicilia, visse a Lenola dal 1869 fino alla sua morte; ricoprì anche la carica di sindaco dal 1896 al 1913.
Rimaneva ormai aperta la sola questione romana.
Tutte le trattative che il governo cercò di avviare con Pio IX per una soluzione pacifica si scontravano con l'intransigenza del pontefice, che trovava in Napoleone III uno strenuo difensore degli interessi papali, tanto da mantenere le truppe a difesa dello stato pontificio.
Fallito il tentativo di Garibaldi, fermato a Mentana nel 1867 dalle truppe francesi, la questione si risolse con la sconfitta di Napoleone III nella guerra franco-prussiana (2 settembre 1870) che permise al governo italiano la presa della città (20 settembre 1870).
Il trasferimento della capitale da Firenze a Roma avvenne nel giugno del 1871, dopo che lo stato italiano ebbe regolato con una legge il complesso problema dei rapporti con la Santa Sede (“Legge delle guarentigie, del 13 maggio 1871”). Nonostante il papa non l'avesse riconosciuta, questa legge rimase in vigore fino al 1929 allorchè, con i “Patti lateranensi” vennero regolamentate le relazioni tra lo stato italiano e la Santa Sede per porre così fine alla “questione romana”.
La legge prevedeva anche la soppressione degli Enti morali e l’incameramento di tutti i beni di essi, mobili e immobili, per essere devoluti al demanio dello stato.
Fu in forza di quella legge che le chiese di Lenola, e in particolar modo il Santuario del Colle e la Chiesa parrocchiale vennero spogliate del loro ricchissimo patrimonio.
Il Governo giustificò questa confisca col fatto di voler dare la terra ai contadini poveri, onde costituire una classe di coltivatori proprietari, cosa che avrebbe sicuramente rappresentato un grande beneficio sociale.
Lo scopo però non si realizzò: quelle terre, come altri beni confiscati, messi in vendita dal Demanio, furono acquistati non dai contadini ma dai benestanti. A Lenola furono I Notarianni, gli Ingrao, i Pandozy, i Boccia, i Crescenzi, i De Longis, i Cardi, ecc. per niente intimoriti dalla minaccia del pontefice che avrebbe scomunicato tutti coloro che avessero acquistato i beni sottratti alla Chiesa dal Governo Italiano.
Nel 1876 l’ascesa al potere della Sinistra segnò l’inizio di una nuova fase nella politica italiana che tese ad allargare in qualche misura le basi dello Stato.
Nel 1878 morirono, a poche settimane di distanza l’uno dall’altro, Pio IX e Vittorio Emanuele II.
Il Consiglio Comunale di Lenola decise di partecipare al corteo funebre del re, in suffragio del quale fece anche celebrare una messa, e fu rappresentato dal deputato del nostro collegio Giuseppe Buonomo.
A Pio IX successe Leone XIII, al secolo Vincenzo Gioacchino Pecci, mentre sul trono d’Italia salì Umberto I.
La prime riforme attuate dalla sinistra furono quelle dell’istruzione elementare e quella elettorale, approvate nel 1882..
La prima ribadì l’obbligo della frequenza scolastica portandolo fino ai nove anni e previde sanzioni per i genitori inadempienti.
La legge elettorale concedeva il diritto di voto a quei cittadini di sesso maschile che avevano compiuto i 21 anni e sapevano leggere e scrivere, abolendo le discriminazioni sul reddito. Il sistema uninominale fu sostituito da quello di lista in piccoli collegi plurinominali (da 2 a 5 seggi) con metodo maggioritario.
A parte le leggi suddette, gran parte del programma riformatore fu accantonato. Il sistema politico italiano, inoltre, perse, con il “trasformismo” di Depretis, il suo carattere bipartitico finendo con l’essere dominato da un grande centro che emarginava le ali estreme.
La sinistra abolì anche la tassa del macinato e aumentò la spesa pubblica, causando così un crescente deficit del bilancio statale, ma non migliorò le condizioni in cui versava l’agricoltura, che peggiorarono ulteriormente a partire dal 1881 quando l’Italia cominciò a risentire gli effetti della crisi agraria che causò un rapido incremento dell’emigrazione.
In politica estera la sinistra il 20 maggio 1882 stipulò la Triplice alleanza con Germania e Austria-Ungheria, che costringeva l’Italia a rinunciare implicitamente alla rivendicazione di Trentino e Venezia Giulia, e nel 1885 avviò un’espansione coloniale in Africa.
Nel discorso commemorativo in occasione della morte di re Umberto I, ucciso da un anarchico il 29 luglio 1900 a Monza, il sindaco di Lenola Francesco Ingrao, pur riconoscendo i meriti del sovrano, definito “saggio e riformatore” nello sviluppo dell’Italia (erano state realizzate notevoli opere pubbliche tra cui il traforo del San Gottardo e del Sempione), gli contestò l’entrata nella Triplice, anche se riconosceva che senza tale Alleanza l’unità d’Italia sarebbe potuta essere in pericolo. Il nostro sindaco non aveva condiviso nemmeno la guerra coloniale che aveva portato alla conquista dell’Eritrea (1888).
Il 1 maggio 1882 fu istituito a Lenola il mercato settimanale e il 6 maggio il consiglio comunale approvò la costruzione del cimitero, luogo destinato alla tumulazione dei cadaveri, in ottemperanza all’editto napoleonico di Saint-Cloud del 1804, esteso all’Italia nel 1806. La legge, per ragioni di igiene, ma anche in base a motivazioni ideologiche, imponeva la sepoltura dei cadaveri fuori dalle mura della città. Fino ad allora le tumulazioni avvenivano sotto i pavimenti delle chiese, il Santuario del Colle e la parrocchia di Santa Maria Maggiore nel nostro caso.
Nel 1896 fu costruita, a cura dell’Amministrazione Provinciale di Terra di Lavoro, la strada carrozzabile Lenola-Vallecorsa. Durante i lavori il Geologo Prof. Panicchi, ricercatore petrografico della Regione Aurunca, da un masso di pietra calcare fatto brillare da una mina, trovò una Conchiglia bivalva di media grandezza, risalente a diversi milioni di anni prima. Insieme alla conchiglia trovò altri reperti che dimostravano scientificamente che nell’era terziaria vi furono cataclismi a varie riprese. I lavori, specialmente i muri di contenimento, i ponticelli per deflusso delle acque e i tre grandi ponti in contrada S. Rocco, vennero eseguiti con arte e perizia tecnica.
Nel 1901 si svolse il IV censimento demografico. Da esso risulta che a Lenola c’erano 583 case di cui 483 al centro e 100 in periferia. Gli abitanti residenti erano 3175, i non residenti, traslocati in altri paesi del regno erano 31 mentre gli emigrati all’estero erano 142, leggermente superiore alle media nazionale che in quel periodo era del 3,6 %. Il dato testimonia lo stato di disagio in cui versava la popolazione lenolese. Costituita per la maggior parte da contadini, traevano sostentamento lavorando a mezzadria le terre dei nobili con cui erano costretti a dividere a metà il raccolto. Altri contadini, non mezzadri, lavoravano a giornata e spesso erano costretti a farlo a Fondi dove si recavano di buon mattino a piedi. Si immagini la delusione di quei tanti che, non trovando da lavorare, se ne tornavano, sempre a piedi, a Lenola, demoralizzati e affamati! I più fortunati vivevano in abitazioni di pochi metri quadrati, scarse di arredi, prive di servizi igienici mentre numerosi erano quelli che abitavano in campagna, nei “pagliai”. Il cibo quotidiano era rappresentato da legumi, consumati con il solo pane o con pasta fatta in casa con acqua e farina (“pettola”), e polenta fatta con farina di mais. La carne veniva mangiata solo in occasioni eccezionali e si trattava sempre, comunque, di capra o pecora. Per la mancanza di acquedotto, veniva utilizzata l’acqua piovana, raccolta in cisterne e pozzi, costruiti rispettivamente presso le abitazioni e nelle campagne.
Nel 1902 Sua Maestà Margherita di Savoia, Regina d’Italia che dopo la morte di Umberto ebbe il titolo di “Regina Madre”, accompagnata dalle Dame di Corte Marchesa Sforza Pallavicino e Baronessa di Santasilia, si recò a Lenola per venerare la Vergine del Colle, per impetrare la grazia della nascita dalla Regina Elena, moglie di re Vittorio Emanuele III, di un erede al trono. La grazia fu esaudita e proprio il 15 settembre 1904, festa della Madonna del Colle, nacque il Principe Umberto II°.
A ricordo di quell’evento la Regina Madre inviò un ricco parato bianco broccato in argento, ancora esistente con il nome di “parato della Regina”.
Nel 1905 sul Colle di Santa Croce, dove alla chiesa era stato annesso un convento, unico nell’arcidiocesi di Gaeta, giunsero alcune suore dell’ordine delle “Carmelitane Scalze” dove rimasero fino al 1911 allorchè, su ordine dell’Arcivescovo Mons. Francesco Niola, lasciarono Lenola. In quegli anni si erano adoperate in numerose opere civili e sociali a favore della chiesa e dei cittadini lenolesi. Il motivo “solo perché era diventato polo di attrazione del popolo di Lenola” ci sembra troppo banale, se è vero che la madre priora, Suor Agnese di Gesù, al secolo Marchesa Ludovica Lebrosha della Polonia, morì d’infarto poco dopo aver lasciato Lenola e il padre Enrico Fanali emigrò negli U.S.A. Da allora Santa Croce cadde in oblio con grande rimpianto del popolo lenolese.
Nel Giugno 1912, un anno dopo che andarono via le Suore Carmelitane, arrivarono, a Lenola, quattro Suore delle Scuole Cristiane della Misericordia, le quali si insediarono nel Convento di S. Croce e qui vi restarono per circa due anni, per poi trasferirsi, nel 1914, nel convento del Santuario della Madonna del Colle, dove risiedono tutt'ora continuando in quelle opere sociali che le hanno sempre contraddistinte. In particolare, nel 1915, istituirono la mensa gratuita per i figli dei soldati lenolesi partiti alla difesa della patria nella prima guerra mondiale. Attrezzarono anche un laboratorio per calze, maglie e guanti da spedire ai militari.
Anche in questa guerra alcuni nostri concittadini si distinsero per il loro valore e furono insigniti della Medaglia d’argento al Valore Militare; ci sembra doveroso ricordarli: Grossi Alfredo Nazzareno, nato a Lenola il 16 settembre 1889 ed ivi morto nel settembre 1974; Marrocco Pasquale, nato a Lenola il 5 ottobre 1896 ed ivi morto il 14 maggio 1956.
Molti, però, non fecero più ritorno. In loro memoria l’Associazione “Italia Nuova”, formata da ex combattenti e famiglie dei caduti, nelle immediate adiacenze del Santuario del Colle allestirono il “Parco della Rimembranza”. Per ogni morto fu piantata un albero di pino che fu protetto da un tripode di legno tricolore sul quale fu posta una targa di bronzo recante il nome e il campo di battaglia dove il soldato era caduto.
La stessa Società fece poi apporre ai piedi della torre dell’orologio, dove si ammira ancora oggi, una lapide in marmo con incisi i nomi dei gloriosi combattenti.

Lapide ai Caduti

 

Subito dopo la prima guerra mondiale ci fu un massiccio flusso emigratorio verso gli U.S.A. e durò fino alla grande depressione del 1929.
Durante questo periodo la situazione economica lenolese migliorò per il denaro che i nostri concittadini inviarono alle famiglie, tanto da consentire a molti di acquistare case e terreni. Successivamente, però, essa peggiorò di nuovo a causa anche del fallimento delle due banche esistenti allora a Lenola: Banca Mazzucco e Cassa Rurale.
Una seconda fase di emigrazione più massiccia verso gli Stati Uniti si ebbe dopo il 1920.
Con la depressione economica degli Stati Uniti, il fallimento delle banche suddette, la guerra d'Etiopia, le Sanzioni Economiche della Società delle Nazioni, il popolo lenolano tornò ad essere economicamente povero e molti giovani, sposati e non, per un compenso di 100 lire al mese dallo Stato, andarono a combattere volontari in Africa Orientale. Altri presero la via delle paludi pontine in corso di bonifica dove più di qualcuno perse la vita a causa della malaria.
Il dopoguerra rivelò ben presto problemi e tensioni: i reduci stentavano a riadattarsi alla vita civile, la riconversione delle industrie di guerra in industrie di pace era ardua, il bilancio era appesantito dai debiti di guerra e dall'onere del prezzo politico del pane. Le istituzioni (monarchia, governo, Parlamento, polizia, amministrazione pubblica) avevano perso prestigio e fiducia. I vecchi partiti si erano logorati e ne avevano tratto vantaggio innanzitutto il P.S.I. (fondato nel 1893), critico delle istituzioni, della guerra, del sistema economico-sociale, ma anche il nuovo Partito Popolare Italiano (P.P.I.), sorto nel gennaio 1919 per iniziativa di esponenti del movimento cattolico, pur esso in posizione critica, ma meno radicale. Pure un movimento di ex combattenti, che esaltava l'azione a servizio dell'orgoglio nazionale (Fasci di combattimento), fondato da Benito Mussolini nel 1919, si attestava su una posizione critica.
Le elezioni del 1919, fatte col sistema proporzionale, sancirono la per i liberali la perdita della maggioranza, passata al P.S.I., mentre il P.P.I. divenne l’arbitro di qualsiasi maggioranza e i Fasci di combattimento non ebbero alcun seggio.
Ma ben presto quest’ultimo sarebbe giunto ai vertici del potere.
Sotto il governo Giolitti, infatti, le agitazioni aumentarono: a Torino (1920) furono occupate le fabbriche, nel Sud le terre demaniali furono usurpate dai contadini e cominciarono a manifestarsi le violenze antisocialiste di squadre "fasciste" che sembravano contare su tolleranze di polizia e magistratura, ed erano finanziate da agrari e conservatori timorosi della rivoluzione socialista conclamata dai massimalisti di sinistra. Le istituzioni erano state infatti indebolite pure dal di dentro con approcci dei fascisti alla monarchia, alle gerarchie ecclesiastiche, a generali e magistrati, sotto veste di difensori o restauratori dell'ordine.
Il 28 ottobre 1922 il re affidava a Mussolini la formazione di un nuovo governo. Questo si presentava come "nazionale", di pacificazione e di restaurazione dell'ordine, ottenendo l'approvazione d'una legge che attribuiva al governo pieni poteri (novembre 1922). Fu soppressa di fatto la libertà di parola, di stampa, di riunione e fu ristabilita la pena di morte per i delitti contro il capo dello Stato e il capo del governo.
A Lenola l’avvento del fascismo trovò un terreno favorevole e vi aderirono subito gli ex combattenti della guerra 1915-1918 e numerosi giovani che formarono le prime squadre d’assalto.
Nel 1924 il governo soppresse le Amministrazioni comunali e al posto del sindaco nominò il Podestà concedendogli pieni poteri. Il primo podestà di Lenola fu Egidio Cardi.
Il 24 maggio 1926, anniversario dell’entrata in guerra contro l’Austria, fu inaugurato nel “Parco della Rimembranza”, il Monumento ai Caduti nella Guerra 1915-1918.

 

Monumento ai Caduti

 

Offerto dalla generosità dei nostri emigrati negli Stati Uniti, era formato da una colonna di travertino calcareo sormontato da una grandiosa Vittoria alata in bronzo stile pompeiano, portante nella mani una corona di alloro e lo scettro della vittoria.

Monumento ai caduti

 

Quest’opera, insieme a quattro grandi bombarde da guerra, residuo bellico austriaco, venne requisita dal Governo fascista, per farne materiale di guerra, pochi giorni prima del 25 luglio 1943, caduta del Fascismo.
Appoggiato dalla chiesa, con cui stipulò l’11 febbraio 1929 i Patti lateranensi che posero fine alla vecchia questione romana", nelle elezioni del maggio 1929, in cui gli Italiani vennero chiamati a votare con un nuovo sistema, su una lista unica compilata dal Gran Consiglio del fascismo senza possibilità di esclusioni, con un "sì" o un "no", Mussolini ottenne una vittoria quasi plebiscitaria: 8.500.000 "sì" su 8.650.000 votanti.
L'idillio però tra Chiesa e regime fascista fu breve.
Nel maggio 1931 Roberto Farinacci, Segretario Politico Generale del Partito Fascista, ingaggiò una spietata lotta contro l'Azione Cattolica, ordinando di requisirne tutte le sedi, di portarne via registri ed elenchi degli iscritti e chiuderle. L'ordine venne eseguito anche a Lenola.
Nel settembre 1939, all'apertura delle ostilità tedesco-naziste contro la Polonia, l'Italia, pur impegnata dal "patto d'acciaio" dichiarava la sua non-belligeranza per l'impreparazione militare e morale del Paese. Ma il 10 giugno 1940 da Palazzo Venezia, Mussolini comunicò alla folla l'entrata in guerra dell'Italia al fianco della Germania.
Molti non erano d'accordo e ci furono manifestazioni di protesta in varie città italiane. Il 4 giugno 1941 all'Universìtà di Roma molti studenti, che si erano organizzati in gruppi antifascisti, furono arrestati. Tra questi vi furono alcuni studenti lenolesi, tra cui Dante Grossì, figlio di quell’Alfredo che era stato decorato alla fine della I guerra mondiale con una medaglia d'argento al Valor Mìlitare.
Pesante fu il tributo che la nostra cittadina ha pagato a questa guerra: i mesi che vanno dall'autunno 1943 all'estate 1944 furono per Lenola i più tristi della sua storia.
L'illusione della pace, suscitata dall'armistizio dell'8 settembre, fu di breve durata e la guerra, fino ad allora dura ma lontana, arrivò in casa.
L'"oasi di pace", in cui avevano trovato rifugio molte persone anche dai paesi circostanti, si trasformò in un inferno. La fame, gli stenti, le vessazioni, le distruzioni, i rastrellamenti, , la "liberazione", le insidie degli ordigni bellici sottoposero la popolazione, per lunghissimi mesi, a prove durissime. Ma, come se ciò non bastasse, il paese subì ben 5 bombardamenti aerei; quello di domenica 23 Gennaio 1944 fu senza dubbio il più devastante: vi persero la vita ben 58 persone di cui ben 13 di età inferiore ai dieci anni. Ma le vittime sarebbero state certamente molto più numerose se per quell'azione si fosse scelta un'ora diversa. Alle 10, ora del bombardamento, infatti, moltissime persone si trovavano in Chiesa per partecipare alla Santa Messa; e nessuna chiesa fu colpita.
Altre bombe furono lanciate il 13, il 19, il 20 e il 21 Maggio dello stesso anno.
Cessato il bombardamento, dalla ore 16.30 di questo stesso giorno iniziarono i primi cannoneggiamenti e mitragliamenti degli Anglo Americani contro il Santuario che proseguirono anche il giorno successivo e causarono la distruzione della Cupola del Campanile, l’incendio del portone d’entrata centrale e il disfacimento di tante parti della facciata. Inoltre schegge di proiettili entrano in Chiesa dal finestrone centrale una delle quali ruppe il vetro del Sacello che racchiude la Sacra Effigie, senza però scalfirla, un altra ruppe il cornicione di marmo della trabeazione dell’altare, come ancora oggi si nota.
Quando la furia devastatrice fu passata, ci si accorse con raccapriccio che il bilancio delle vittime per quella guerra di cui non capiva le ragioni, era stato pesantissimo: 95 morti, decine di persone ferite, decine di donne che avevano subito violenza carnale. Alle vittime dei bombardamenti bisogna aggiungere anche quelle, in numero di 30, causate da azioni di guerra e da scoppio di ordigni negli anni 1943, 44 e 45.
Il 18 Luglio 1992 tutta la cittadinaza lenolese ha dedicato a queste vittime un monumento, ubicato anch’esso nel Parco delle Rimembranze.

 

Monumento ai Caduti

 

 

Il 23 gennaio 1994, in occasione del 50° anniversario del bombardamento, fu posta una lapide nella zona maggiormente colpita.

 

Lapide Bombardamento

 

 

Ma Lenola aveva dato numerosi soldati a quel conflitto; di essi, ben 24 non fecero più ritorno.
Ci preme infine sottolineare la presenza di lenolesi anche tra i partigiani: l’onorevole Pietro Ingrao e l’insegnante Angelo De Filippis, che ha ricoperto anche la carica di Sindaco.
Dopo la guerra la storia di Lenola si confonde con quella di tanti e poveri paesi del Mezzogiorno nel nuovo tanto accentrato Stato Unitario.
Gli abitanti di Lenola che oscillavano fra le duemila-tremila unità, vivevano all'interno del vecchio centro, in una situazione che peggiorava con il passare degli anni. Infatti al deterioramento naturale delle abitazioni si aggiungeva la mancanza di servizi di ogni genere.
La maggior parte della popolazione si dedicava ai lavori dei campi alle dipendenze del "Signorotto" e veniva ricompensata miseramente.
Si assistette ad una continua emorragia di forze lavoratrici costrette a cercare lavoro e denaro in altre nazioni, anche molto lontane, per poi, con i primi risparmi tornare nel paese natio.
lI fenomeno dell'emigrazione raggiunse cifre notevoli che, tradotte in percentuali, rappresentano oltre il 10% della intera popolazione Lenolese. La “terra promessa” era questa volta la Germania. Distrutta, umiliata, vinta e derisa dalle forze militari russe e anglo americane, questa nazione vigorosamente risorse dalle sue rovine, grazie anche all'opera dei nostri emigrati; e con il frutto dei loro sacrifici la situazione economica di molte famiglie di Lenola migliorò sotto ogni aspetto.
Fu questo l'ultimo massiccio esodo di nostri concittadini verso terre straniere, che si protrasse fino all'inizio degli anni sessanta.
Svincolati dal servilismo imposto dal precedente regime che li aveva costretto a sostenere il peso di un inutile quanto lunga guerra, gli taliani diedero dunque inizio alla ricostruzione dell'intera Nazione.
Con una sufficiente disponibilità di investimenti pubblici si affrontarono in tutta Italia, quindi anche a Lenola, i lavori di edilizia residenziale, scolastica e popolare; venne affrontato anche il problema viario. A Lenola, in particolare, vennero costruiti 6 edifici per l'edilizia economica e popolare per complessivi 51 appartamenti, una scuola elementare, una scuola media, nonchè molte strade.
Nel 1957, dopo lunghi lavori venne inaugurata la rete idrica che vide zampillare l'acqua per la prima volta a Lenola, dopo un tracciato di Km. 100.
Non tutte queste opere però, sono state realizzate secondo le comuni norme di regola d'arte, tanto che alcune versano in uno stato pietoso, il più delle volte neppure volute da una precisa volontà politica, ma determinatesi per forza di cose proprio a causa della mancanza di effettiva e reale programmazione.


 

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