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Storia

Periodo fascista

Benito Mussolini, fondatore nel 1919 del movimento “Fasci di combattimento”, divenuto “Partito Nazionale Fascista” nel 1921, promettendo ordine sociale, stabilità economica e garanzie alla Chiesa cattolica, appoggiato dai ceti medi, dagli agrari e da diversi settori della burocrazia e dell'esercito, nel 1922 ebbe dal re Vittorio Emanuele III l’incarico di formare il nuovo governo al quale, ben presto, furono concessi pieni poteri. Fu soppressa di fatto la libertà di parola, di stampa, di riunione e fu ristabilita la pena di morte per i delitti contro il capo dello Stato e il capo del governo.
A Lenola l’avvento del fascismo trovò un terreno favorevole e vi aderirono subito gli ex combattenti della guerra 1915-1918, delusi per non aver avuto, come tutti i reduci italiani, la meritata ricompensa dopo i lunghi anni di pericoli e sofferenze in trincea. Ad essi si unirono numerosi giovani, specie borghesi e conservatori, che formarono le prime squadre d’assalto.
Nel 1926 nelle amministrazioni comunali alla procedura elettiva del sindaco e del consiglio venne sostituita la nomina governativa del podestà e della consulta. Il primo podestà di Lenola, cui erano stati affidati pieni poteri, fu Egidio Cardi, mentre dalla giurisdizione di Caserta la città passò sotto quella di Frosinone.
Nello stesso anno Mussolini sciolse tutte le associazioni culturali e di attualità esistenti per sostituirle con il “Dopolavoro fascista”. A Lenola vennero così soppresse la “Benemerita Società Operaia” degli artigiani, la “Lega dei Contadini” e il “Circolo Italia” dei signori, le cui sedi erano tutte e tre ubicate in Piazza Cavour.
La popolazione lenolese viveva ormai nel terrore. Bastava un minimo gesto di ribellione o di sola indifferenza, per essere schiaffeggiati o colpiti con il manganello. Ciò accadeva soprattutto quando il Gagliardetto fascista veniva portato dal “Sacrario”, luogo dove era custodito, alla sezione, situata allora in piazza Duomo.

 

Sezione

 


Appoggiato dalla chiesa, con cui stipulò l’11 febbraio 1929 i Patti lateranensi che posero fine alla vecchia “questione romana", nelle elezioni del maggio dello stesso anno, in cui gli Italiani vennero chiamati a votare con un nuovo sistema, su una lista unica compilata dal Gran Consiglio del fascismo (organo supremo istituito nel 1923 che successivamente avrebbe coordinato e integrato tutte le attività del regime) con un "sì" o un "no", Mussolini ottenne una vittoria quasi plebiscitaria: 8.500.000 "sì" su 8.650.000 votanti. A Lenola i “no” furono soltanto tre. Individuati, i responsabili furono perseguitati tanto che uno di loro fu costretto a fuggire a Roma.

 

Saggio Ginnico

 


L'idillio però tra regime e Chiesa cominciava ad incrinarsi. Quest'ultima, che pur aveva visto il cattolicesimo riconosciuto come religione di Stato, aveva accettato il divieto per i cattolici di organizzarsi in partiti politici. Ciò non impedì all'Azione Cattolica di svolgere la propria azione presso i giovani al di fuori dello spirito fascista, tant'è vero che nel 1931 il fascismo accusò esplicitamente l'Azione Cattolica di sottrarre uomini e giovani alla disciplina fascista. Nel maggio 1931, pertanto, Roberto Farinacci, Segretario Politico Generale del Partito Fascista, ingaggiò una spietata lotta contro di essa ordinando di requisirne tutte le sedi, di portarne via registri ed elenchi degli iscritti e chiuderle.

 

Partita Pallacanestro

 


A Lenola l'ordine venne eseguito dagli amministratori delle Confraternite di San Giovanni Battista e del Suffragio che, diventati fascisti, si recarono dal Parroco Mons. Valente a chiedere i Registri dei verbali e gli elenchi degli iscritti alle varie branche. Non fu possibile chiudere le sedi perché nessun ramo dell'Azione Cattolica ne aveva; le riunioni avvenivano sempre in Sacrestia. Come atto intimidatorio, allora, i fascisti presero a strappare i distintivi dalle giacche degli iscritti adducendo che c’era incompatibilità tra il distintivo del fascio e quello dell’Azione Cattolica.
Questo clima di tensione raggiunse il culmine nel pomeriggio del 12 agosto con l'arrivo ufficiale del Federale Provinciale Pace. Circondato dai gagliardetti, dai gerarchi locali in divisa, dai Carabinieri e alla presenza di numerosi fascisti inquadrati, in Piazza Cavour tenne un rovente discorso contro l'Azione Cattolica osannando il fascismo. Agli applausi dei sudditi fece eco il “Cristo Regni" degli aderenti al movimento cattolico che furono allontanati in malo modo.

 

Visita Gerarca

 


Al fatto seguì però una denuncia inoltrata dal Parroco Valente alla Santa Sede, alla quale del resto erano pervenute altre da tutta Italia.
La controversia fu risolta mediante l'azione diplomatica tra il Vaticano e il Governo Italiano: gli iscritti all’Azione Cattolica e al Partito Fascista potevano portare entrambi i distintivi.
Il fascismo mantenne così l'appoggio della Chiesa e dell'alta borghesia, a conferma che, nonostante la tanto conclamata dottrina dello Stato etico assoluto, l'Italia altro non era che un Paese conservatore e burocratico, chiuso a ogni progressismo e tutore degli antichi privilegi.
L'ascesa del fascismo culminò nel 1936 con la conquista dell'Etiopia, la proclamazione dell'impero e la vittoria sulle sanzioni economiche proclamate da cinquantadue Stati della Società delle Nazioni che aveva condannato l'aggressione italiana in Africa.
Ma il fascismo non mirava ormai solo al colonialismo; esso tendeva a “fascistizzare” l'Europa. L'asse Roma-Berlino (ottobre 1936) e il contemporaneo intervento militare in Spagna a favore del generale Francisco Franco durante la guerra civile rivelarono al mondo che gli Stati democratici nulla più potevano e dovevano concedere a un fascismo ormai pronto ad assimilare e a partecipare alla politica di espansione nazista. Il nazi-fascismo (così cominciò a essere noto) mirava ora ad annettere ogni terra dove vivessero in preponderanza tedeschi e italiani: Austria, Danzica, Sudeti per Hitler, Malta, Tunisi, Gibuti, Nizza, Canton Ticino per l'Italia. Tutte le concessioni che l'Europa democratica aveva fatto a Hitler e a Mussolini (Renania, 1936; Anschluss, 1938; Albania, 1939) furono dettate dalla speranza di salvare la pace, ma il nazi-fascismo rivelava intanto un altro aspetto della sua aberrante dottrina: il razzismo.
Seguendo l'esempio di Hitler, Mussolini promulgò le leggi razziali (1938-39), creando la prima vera grande scissione tra il Paese e il regime. L'Italia, fatalmente trascinata dalla politica nazista, si trovò coinvolta (1940), assolutamente impreparata, nella II guerra mondiale. Le disastrose campagne di guerra in Grecia, in Russia e in Africa settentrionale e lo sbarco delle truppe americane in Sicilia affrettarono la crisi del fascismo. Il 25 luglio 1943, dopo il voto di sfiducia del Gran Consiglio, Mussolini fu costretto da Vittorio Emanuele III a lasciare il governo e fu arrestato. Liberato dai tedeschi, organizzò nell'Italia settentrionale la Repubblica di Salò, un regime fantoccio sostenuto dai tedeschi.
Ma gli sforzi di "rilanciare" il fascismo, applicando alcune misure di socializzazione in campo economico, per richiamarsi alle antiche origini "popolari" del movimento, fallirono di fronte al dilagare della guerra, che dimostrava imminente la disfatta nazi-fascista, mentre i movimenti di resistenza partigiana si diffondevano soprattutto nel Nord.
Il 25 aprile 1945, mentre anche la Germania hitleriana era ormai incapace di sostenere la massiccia offensiva degli eserciti alleati (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e U.R.S.S.), con la liberazione di Genova e di Milano il fascismo vedeva irrimediabilmente segnata la sua condanna a morte.
Mussolini, tentò di fuggire in Svizzera ma fu catturato dai partigiani e fucilato il 28 aprile 1945.
Finiva così, con una disastrosa sconfitta, dopo un ventennio di errori e di orrori, quel movimento politico che fin dal suo primo manifestarsi venne avversato dai partiti democratici, ma che si affermò anche per le blandizie della borghesia, l'astensione della maggioranza e l'incomprensione di troppi intellettuali.
La Costituzione della Repubblica Italiana alla XII Disposizione transitoria stabilisce il divieto di ricostituzione del partito fascista. Con legge 20 giugno 1952, n. 645 sono state emanate norme che puniscono in concreto qualsiasi attività diretta alla restaurazione del disciolto Partito Nazionale Fascista, anche se simulato sotto diversa denominazione.



 

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