Storia
Guerra e dopoguerra
Il 1° settembre 1939, all'apertura delle ostilità tedesco-naziste contro la Polonia, l'Italia, pur impegnata dal "patto d'acciaio" dichiarava la sua non-belligeranza per l'impreparazione militare e morale del Paese. Ma il 10 giugno 1940 da Palazzo Venezia, Mussolini comunicò alla folla l'entrata in guerra dell'Italia al fianco della Germania con la convinzione che la Germania avesse già vinto e che sarebbero bastati pochi morti per sedersi al tavolo della pace tra i vincitori. In realtà il paese non era preparato al conflitto. Mancavano materie prime d'ogni genere e l'organizzazione generale, specie per quel che riguardava i coordinamenti tra le varie armi e rifornimenti alla popolazione, lasciava del tutto a desiderare.
In seguito alle disastrose campagne di guerra in Grecia (1940), in Russia (1941-1942) e in Africa settentrionale (1942) la situazione si presentava matura per un cambiamento al vertice: le masse popolari avevano dato una significativa dimostrazione di forza con gli scioperi del marzo; i partiti politici, disciolti dal regime, avevano ripreso dal 1942 clandestinamente la propria attività; nello stesso Partito nazionale fascista e nell'ambiente vicino alla corona alcuni gruppi avevano posto come urgente il problema dell'uscita dell'Italia dalla guerra. Per Vittorio Emanuele III, che non si risolveva a prendere una decisione risolutiva, la campagna di Sicilia si presentò come l'occasione ideale. Il 19 luglio 1943 Roma subì il primo bombardamento aereo e Il 25 luglio, dopo il voto del Gran Consiglio del fascismo che aveva posto in minoranza Mussolini, Vittorio Emanuele III lo fece arrestare e affidò il governo a Badoglio e ad alcuni "tecnici". I partiti antifascisti, esprimendo le istanze della popolazione, reclamavano lo sganciamento dalla Germania e l'armistizio con gli Alleati, che, firmato il 3 settembre, fu annunziato l'8 settembre.
Ma l'illusione della pace, suscitata da questo armistizio, fu a Lenola di breve durata per l’occupazione nazista. La guerra, fino ad allora dura ma lontana, arrivò in casa: i mesi che vanno dall'autunno 1943 all'estate 1944 furono per Lenola i più tristi della sua storia.
Il 10 ottobre 1943 una compagnia di truppe tedesche innalzarono un antenna radio in prossimità del campanile del santuario. Ma dopo due giorni, non captando alcun messaggio, i soldati ripartirono, con grande sollievo per tutta la popolazione.
Fu quello il giorno in cui si incominciò a temere per il futuro del paese e del Santuario, al quale tutti guardavano come asilo di salvezza e nel quale già si erano rifugiati alcuni militari italiani sbandati che non potevano rientrare nei loro paesi occupati. Dopo pochi giorni incominciarono ad affluire a Lenola sfollati da Gaeta, Sperlonga, Formia, Fondi e Pontecorvo, trovando ospitalità e solidarietà ricettiva presso le Suore della Misericordia.
A dicembre ebbe inizio l’esodo dei lenolesi verso la campagna dove si rifugiarono nelle casette, nei pagliai e nelle capanne.
L’incubo che Lenola sarebbe divenuta zona operativa si riaffacciò il 10 gennaio 1944 allorchè le truppe tedesche giunsero sulla collina del Mandrone, attuale parco Mondragon, vi mimetizzarono i carri armati e incominciarono a costruire piccole trincee. Ma il pomeriggio dello stesso giorno, forse per un contrordine ricevuto, ripartirono.
Il 19 gennaio 1944 cominciarono i mitragliamenti aerei di giorno e il lancio di razzi luminosi durante la notte, che si protrassero fino al 23 gennaio, quando la città subì il primo e il più devastante bombardamento aereo che distrusse la parte antica.
Vi persero la vita 58 persone di cui ben 13 di età inferiore ai dieci anni. Molte vittime erano gente sfollata, venuta a Lenola perché ritenuta zona sicura, fuori dagli obiettivi di guerra. I morti sarebbero, comunque, stati molto più numerosi se per quell'azione si fosse scelta un'ora diversa. Alle 10, ora del bombardamento, infatti, moltissime persone si trovavano in chiesa per partecipare alla Santa Messa; e nessuna chiesa fu colpita.
Le truppe tedesche occupanti ordinarono l’abbandono del paese, tanto che nelle ore pomeridiane nel centro di Lenola regnava un silenzio tombale, interrotto solo dall’andare e venire di coloro che ritrovati i corpi senza vita tra le macerie, li raggruppavano nell’ex sede del fascio in Piazza Duomo.
Altre bombe furono lanciate nei giorni successivi. Il 13 maggio in località Forcella e san Leonardo si registrarono 3 morti; il 19 maggio in contrada Trelle 1 morto; il 20 maggio in piazza Cavour e vico Poggio di Riccio 2 morti e il 21 maggio in contrada Strette 1 morto.
Lo stesso 21 maggio, nel pomeriggio, iniziarono i primi cannoneggiamenti e mitragliamenti degli anglo-americani contro il Santuario. Le truppe naziste dislocate a Lenola, avevano installato postazioni di mitraglie sul Campanile e nelle finestre dell’annesso fabbricato. Il Comando operativo si era installato nell’abitazione delle Suore, che malgrado le minacce non vollero abbandonare il Santuario. Con loro c’erano anche le Suore degli Angeli di Formia con oltre 30 orfanelle ed altri rifugiati di Lenola e dei paesi vicini.
Il bombardamento proseguì anche il giorno successivo e causò la distruzione della cupola del campanile, l’incendio del portone d’entrata centrale e il disfacimento di tante parti della facciata.
Inoltre schegge di proiettili entrano in Chiesa dal finestrone centrale una delle quali ruppe il vetro del Sacello che racchiude la Sacra Effigie, senza però scalfirla, un altra ruppe il cornicione di marmo della trabeazione dell’altare, come ancora oggi si nota.
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Quando la furia devastatrice fu passata, ci si accorse con raccapriccio che il bilancio delle vittime per quella guerra di cui non si capivano le ragioni, era stato pesantissimo: 65 morti, decine di persone ferite, decine di donne che avevano subito violenza carnale. Già, perché, finiti i bombardamenti, le truppe di colore frugarono nelle casette di campagna, nei pagliai, nelle grotte e nelle baracche, dove la popolazione viveva da oltre cinque mesi, affamata e stanca, stuprando giovani, adulte, anziane e anche bambine.
Alle vittime dei bombardamenti bisogna aggiungere anche quelle, in numero di 30, causate da azioni di guerra e da scoppio di ordigni negli anni 1943, 44 e 45 e anche i soldati, in numero di 24, che, partiti per il fronte, non fecero più ritorno.
Lenola, dunque, ha dato alla seconda guerra mondiale, ben 119 morti!
Erano stati quindi lungimiranti coloro che avevano contestato la partecipazione italiana al conflitto. Ci furono anche manifestazioni di protesta in varie città. Il 4 giugno 1941 all'Università di Roma molti studenti, che si erano organizzati in gruppi antifascisti, furono arrestati. Tra questi vi furono alcuni studenti lenolesi, tra cui Dante Grossi, figlio di quell’Alfredo che era stato decorato alla fine della I guerra mondiale con una medaglia d'argento al Valor Militare.
Finalmente il 22 maggio anche da noi arrivarono le avanguardie dell’esercito Alleato; il 24 maggio i tedeschi erano stati catturati e Lenola liberata.
Sembrava, dunque, tutto finito. Invece il peggio doveva ancora venire.
Non appena si sparse la voce dell’arrivo dei liberatori, gli abitanti festanti andarono loro incontro, subito sopraffatti da un’amara sorpresa. Le truppe marocchine si accanirono su di essi come orde barbariche, soprattutto sulle donne, con una bestialità che non conosceva precedenti.
Dopo il primo smarrimento, l’unico scopo fu la protezione delle donne. Ogni angolo angusto, ogni soffitta, ogni luogo recondito fu utilizzato per nasconderle: salvare l’onore e la vita delle donne fu lo scopo supremo di ogni abitante di Lenola.
Nonostante ciò, 184 donne (solo quelle che hanno effettuato regolare denuncia) e 18 uomini furono violentate; due donne assassinate per aver resistito alle violentazioni; due donne morte in seguito ad emorragia provocata dalle numerose violentazioni avvenute successivamente senza interruzioni; moltissime rimaste minorate e per eccessivo numero di violenze e per malattie contagiose.
Il numero delle donne violentate non rappresentano neppure un terzo di quello reale, perché per questione di onore la maggioranza si astenne dal produrre denunzia, come si può leggere nella relazione del Questore di Littoria trasmessa al Comando Generale Alleato, in data 10 agosto 1944.
Gli echi degli atti di violenza consumati a Lenola dalla “Furia marocchina” giunsero persino al Capo del Governo P. Badoglio, a mezzo di una nota del Capo di Stato Maggiore Generale, Giovanni MESESE, datata 28 maggio 1944.
Molte altre furono le lettere di protesta inviate agli alti Comandi alleati, perché cessassero quei turpi episodi, che si arrestarono però solo nel mese di agosto 1944, quando tutti le truppe francesi vennero rimpatriate, lasciandosi dietro una lunga scia di dolore e di riprovazione.
Risultato di questa furia devastatrice fu tanto dolore e la popolazione di Lenola completamente spogliata di tutto, di ogni avere, ma soprattutto ferita nell’onore.
Per le donne e gli uomini oggetto di tanta malvagità, fu allestito un centro di accoglienza presso il Monastero delle Suore della Misericordia, dove i dottori Oreste Liguori, Salvatore Pandozy e Dante Grossi prestarono i primi soccorsi.
Una volta avuta la percezione che il fenomeno stava assumendo le proporzioni di stupro di massa, si costituì una commissione con alla testa l’ex Podestà Terella ed i due Sacerdoti, per chiedere al locale Comando francese di adoperarsi affinché fosse posto un termine a quegli scempi. La cruda risposta fu: “c’est la guerre”.
Le denunce di questi fatti, documentati nei minimi particolari, furono raccolte da un’apposita Commissione della Regia Questura di Littoria e trasmesse al Comando Generale Alleato, in data 10 agosto 1944.
Dal censimento straordinario per la ricostruzione nazionale indetto dallo Stato nel settembre 1944 risulta che a Lenola i senza tetto erano 360; le costruzioni danneggiate erano pari all’88%. Veniva anche segnalato che il territorio era cosparso di molti proiettili, bombe a mano e mine inesplose.
Terminata la guerra, nel 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale formò il primo governo di coalizione nazionale con a capo Ferruccio Parri del Partito d'Azione, il cui programma si identificava con quello delle correnti più innovatrici della lotta di liberazione col socialista Nenni e il liberale Brosio alla vicepresidenza, il democristiano De Gasperi agli Esteri e il comunista Togliatti alla Giustizia.
Parri però non riuscì a dominare le tensioni riemerse tra i partiti fuori del governo. I liberali allora si ritirarono dal governo seguiti dai democristiani, che vennero distanziandosi dalle Sinistre. Il nuovo governo veniva formato da De Gasperi, sempre di espressione e investitura del Consiglio di Liberazione Nazionale, ma con una diversa dosatura delle rappresentanze dei partiti.
Sotto questo governo il 2 giugno 1946 avvenne il referendum tra monarchia o repubblica nel si tennero le prime elezioni a suffragio universale maschile e femminile.
Il risultato fu di 12.700.000 voti a favore della Repubblica contro 10 milioni e 700.000 per la monarchia. A Lenola, dove la campagna elettorale si svolse abbastanza tranquilla, la vittoria arrise alla monarchia, come in gran parte dell’Italia meridionale.
L’esito fu comunque contestato degli sconfitti e non venne accettato da Umberto II (al trono dal maggio 1946 in seguito all'abdicazione del padre), che però finì per cedere all'intimazione del governo di lasciare il Paese.
L'Assemblea Costituente, da poco eletta, si riunì per la prima volta il 25 giugno 1946, nominò a capo provvisorio dello Stato il giurista Enrico De Nicola ed elesse una commissione di 75 membri per la redazione di un progetto di Costituzione in articoli. Questa commissione si suddivise in tre sottocommissioni: per i diritti civili e politici; per l'organizzazione costituzionale dello Stato; per i rapporti socio-economici. Seguì un'ampia discussione da parte dell'Assemblea Costituente che il 22 dicembre 1947 approvò la Costituzione, entrata in vigore dal 1º gennaio 1948. L'Italia divenne una Repubblica democratica parlamentare con una Corte Costituzionale che doveva garantire le libertà e i diritti di tutti i cittadini.
Il nuovo governo, presieduto da De Gasperi e formato da Democrazia Cristiana (ex Partito Polare), Partito Socialista Italiano, Partito Comunista Italiano e dal vecchio Partito Repubblicano Italiano, indisse per il 18 aprile 1948 le elezioni politiche per la formazione del primo parlamento repubblicano.
La campagna elettorale di preparazione a quel voto fu una lotta aspra e dura fatta spesso anche di personalismi: era gioco la libertà o una nuova dittatura.
A Lenola, per opera dei Comitati Civici Parrocchialí, istituiti dal Prof. Luigi Gedda, ci fu quasi una mobilitazione generale.
A contendersi il voto degli Italiani erano la Democrazia Cristiana, Il Fronte Popolare, formato da una coalizione di Partiti Comunisti, Socialisti e Repubblicani, il Movimento Sociale, i Monarchici ed il Partito cristiano.
Per scongiurare il pericolo comunista, Papa Pio XII mobilitò tutti i cattolici e ordinò anche alle suore di clausura di andare a votare mentre a Lenola la crociata contro il Fronte Popolare fu condotta dalla Dott.ssa Maria Cazora, inviata dal Centro dei Comitati Civici. Intelligente e preparata, questa donna fu il tormento di tutti gli oratori del Fronte Popolare.
Da questa accanita tensione politica a Lenola la vittoria arrise alla Democrazia Cristiana con 1578 voti, contro 116 del Fronte Popolare; in Italia l’ex partito Popolare conquisto il 53% dei voti che gli consentì di governare da solo per 5 anni, fino al 1953.
Finita la guerra, intanto, era iniziata, pur tra mille difficoltà, la ricostruzione.
Nel 1950, con fondi del Ministero dei Lavori Pubblici, iniziarono i lavori per riparare i danni subiti dal Santuario del Colle.
Ma l’intervento dello Stato fu alquanto carente sulle costruzioni private, tanto che ancora oggi al centro storico possiamo notare resti di varie abitazioni distrutte quel tragico 23 gennaio 1944.
Le condizioni socio-economiche, poi, erano veramente gravi. La fame, la mancanza di alloggi e l’elevata disoccupazione contribuivano a rendere precaria la situazione dell’ordine pubblico. I circa tremila abitanti di Lenola vivevano all'interno del vecchio centro in una situazione che peggiorava con il passare degli anni: alle condizioni suddette si aggiungeva la mancanza di servizi di ogni genere.
La maggior parte della popolazione si dedicava ai lavori dei campi alle dipendenze del "Signorotto" e veniva ricompensata miseramente. Braccianti e contadini allora, come nella maggior parte del centro-sud, spinti dalla miseria, presero ad occupare terreni incolti e latifondi in località Vallebernardo, ma furono scacciati e arrestati. Esplose anche la malavita comune, in gran parte legata al contrabbando e alla “borsa era”, cioè al commercio clandestino di generi razionati.
Questo stato di cose provocò una continua emorragia di forze lavoratrici, costrette a cercare lavoro e denaro in altre nazioni, anche molto lontane, per poi, con i primi risparmi, tornare nel paese natio.
Il fenomeno dell'emigrazione raggiunse cifre notevoli che, tradotte in percentuali, rappresentarono oltre il 10% della intera popolazione lenolese. La “terra promessa” questa volta era soprattutto la Germania. Distrutta, umiliata, vinta e derisa dalle forze militari russe e anglo-americane, questa nazione vigorosamente risorse dalle sue rovine, grazie anche all'opera dei nostri emigrati; e con il frutto dei loro sacrifici la situazione economica di molte famiglie di Lenola migliorò sotto ogni aspetto.
Fu questo l'ultimo massiccio esodo di nostri concittadini verso terre straniere, che si protrasse fino all'inizio degli anni sessanta.
Migliorata la situazione economica del paese con la legge agraria e la “Cassa per il Mezzogiorno”, con una sufficiente disponibilità di investimenti pubblici si affrontavano anche a Lenola i lavori di edilizia residenziale, scolastica e popolare e venne affrontato anche il problema viario. In particolare, vennero costruiti 6 edifici per l'edilizia economica e popolare per complessivi 51 appartamenti, una scuola elementare, una scuola media, nonchè molte strade.
Il 28 luglio 1957, dopo lunghi lavori venne inaugurata la rete idrica che vide zampillare l'acqua per la prima volta a Lenola, dopo un tracciato di circa 100 Km.
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Non tutte queste opere però, sono state realizzate secondo le comuni norme di regola d'arte, tanto che alcune versano in uno stato pietoso, il più delle volte neppure volute da una precisa volontà politica, ma determinatesi per forza di cose proprio a causa della mancanza di effettiva e reale programmazione.
Nel 1973, l'amministrazione comunale redasse un programma di fabbricazione di proporzione immense che permise la costruzione di numerose abitazioni.
Successivamente sono stati affrontati i problemi di acqua, luce, fognature tanto che oggi quasi tutto il territorio comunale è coperto da questi servizi.

